Un tempo camminarci sopra era sinonimo di lusso e prestigio. Oggi invece rischia di essere un passo verso deforestazione e finanziamenti militari. Il teak, il legno tropicale simbolo degli yacht dei super ricchi, materiale durevole e resistente amato per le imbarcazioni, è in crisi: per preservarlo, l’industria nautica è costretta a trovare nuove soluzioni. Dal 2004 il re dei legni è stato inserito nella Lista rossa IUCN, quella per la conservazione della natura: le foreste di teak, soprattutto quelle del Myanmar dove si trova la maggior parte dei boschi secolari, sono state talmente saccheggiate negli anni che il futuro della biodiversità è realmente sempre più a rischio.
Il legno negli ultimi anni è stato gestito quasi esclusivamente dai militari che lo utilizzavano per ottenere fondi con cui hanno preso il potere e condotto la repressione in Myanmar. Proprio perché legno “insanguinato”, ma anche ovviamente per la perdita di biodiversità, da circa cinque anni sono state imposte sanzioni commerciali al teak anche se le importazioni sono già limitate da tempo. Il legname per esempio è illegale da importare nel Regno Unito, nell'Unione Europea o negli Stati Uniti e reperire teak è diventato sempre più complesso per il settore nautico.
Negli ultimi anni sono state comminate vere e proprie multe relative all’uso illegale del legno, per esempio quelle che hanno interessato il cantiere navale olandese che ha costruito il superyacht da 500 milioni di dollari di Jeff Bezos dove il teak è presente negli interni e nel ponte. Sanzioni che hanno interessato anche produttori britannici che si sono difesi parlando di “violazioni involontarie”. Inoltre per anni, buona parte del legno del Myanmar, è stato lavorato anche dalla cantieristica navale italiana, con ripercussioni in termini di deforestazione, come ha ben raccontato un'inchiesta di Irpimedia. Le barche rifinite con il teak non sono solo simbolo di alto lusso, ma anche di grande durabilità: questo duro legno tropicale, molto denso, ha la capacità di resistere bene a muffe, marciume e sale. Proprio per queste caratteristiche continua ad essere altamente ricercato mettendo ancora a serio rischio le foreste dell’ex Birmania: spesso infatti per continuare a commerciarlo il legno di teak del Myanmar viene spacciato come legno da “piantagione”, che solitamente è giovane e di minore qualità, proveniente da altri paesi dei tropici. Ora però, per porre fine al mercato illegale di teak e anche alla deforestazione, soprattutto la nautica sta tentando in particolare in Europa nuove strade alternative al classico teak.
Oggi interni e ponti vengono proposti per esempio con legni modificati a livello termico, sughero, oppure materiali sintetici, laminati di teak ingegnerizzati e varie altre innovazioni. “Le alternative al teak naturale sono molto gradite perché corriamo il rischio di perdere le antiche foreste di teak che fanno parte di un prezioso ecosistema” ricorda Walter Kollert, consulente forestale di Teaknet, una rete internazionale di informazione sul teak senza scopo di lucro. Alcune aziende di yacht di lusso come Sunreef Yachts di recente hanno inoltre annunciato l’addio ai rivestimenti in teak. Purtroppo però, ricordano le stesse ditte, spesso sono ancora i clienti ad esigere questo materiale simbolo di lusso, nonostante i danni comprovati legati al suo approvvigionamento.
La chiave, spiegano i produttori, sarà dimostrare loro come i materiali alternativi possano offrire prestazioni anche migliori. Se ci riusciranno, allora si potrebbe fare la differenza. Nel frattempo però il teak corre rischi anche su un altro fronte: quello africano. Di recente l’organizzazione internazionale Enact Africa ha denunciato infatti come soldati e contrabbandieri stiano spogliando le foreste di teak del Sud Sudan, boschi più giovani e meno preziosi di quelli del Myanmar ma comunque utili al mercato. “Sono aumentate le preoccupazioni per il contrabbando di teak sudsudanese per soddisfare l'elevata domanda, proveniente principalmente dall'India e, in misura minore, dai Paesi Bassi” scrivono da Enact. “Secondo la Banca Mondiale, il Sud Sudan potrebbe ricavare fino a 150 milioni di dollari all'anno dal teak, ma in realtà ne ricava solo 2 milioni, mentre il resto lascia il Paese illegalmente. Un contrabbando di queste dimensioni sta causando degrado ambientale, erosione del suolo e perdita di risorse naturali. Le piantagioni nel sud del Paese, vicino ai confini con la Repubblica Democratica del Congo (RDC) e l'Uganda, sono state decimate dal disboscamento illegale” aggiungono. Per tentare di porre fine al commercio illegale, oltre ad incentivare l’uso di legni o prodotti alternativi, suggeriscono dunque l’importanza di aumentare la tracciabilità del teak. In Africa, come in Asia, “lo sviluppo di banche dati del DNA per il legname di alto valore rappresenterebbe davvero un primo passo verso la risoluzione di questo problema”.