Una luce nel buio. La speranza, nella Cuba messa in ginocchio dal blocco energetico imposto da Donald Trump, ha la forma di un pannello solare che parla cinese. Come noto da diverse settimane l’isola caraibica è sprofondata in una gravissima crisi energetica ed umanitaria a causa delle restrizioni degli Stati Uniti che hanno imposto blocchi e sanzioni sul petrolio in arrivo a L’Avana. Senza più greggio e carburante i cubani stanno sperimentando quasi da inizio hanno una serie di momenti drammatici che continuano a susseguirsi: prima il blocco del carburante, poi le ripercussioni su cibo, quotidianità e ospedali e ora l’addio del turismo e la costante minaccia di un'invasione da parte degli Usa. In alcuni giorni, in almeno tre grandi episodi a livello nazionale, l’assenza di petrolio ha portato a blackout generali e totali di oltre 16 ore lasciando al buio un'intera nazione. Eppure, in questo contesto estremo, Cuba ha la chance di trasformarsi in una lezione importante, a livello mondiale, che tutti i Paesi oggi minacciati dal blocco dello stretto di Hormuz e la carenza di carburanti dovrebbero osservare.
In Germania e Gran Bretagna è boom di pannelli solari plug-in da balcone, ma attenzione ai rischi
L’isola infatti sta trovando uno spiraglio energetico importante grazie al suo sole: le energie rinnovabili, in questa terra di contrasti, stanno infatti crescendo. La produzione di energia elettrica grazie soprattutto al solare è passata dal 3,5% del 2024 a oltre il 10% nel 2025 e a fine di quest’anno potrebbe arrivare a sfiorare il 17%. Dati e cambiamenti possibili grazie soprattutto alla Cina che, in quest’isola da sempre “porto” con uno sguardo sugli States, è stata valutata “strategica” da Pechino. Talmente tanto importante, L’Avana, che i cinesi qui hanno dimostrato non solo l’operatività delle rinnovabili - che anche durante il blackout in determinate ore hanno permesso di avere ancora energia - ma anche di come gli investimenti e le infrastrutture in energie pulite e decarbonizzazione siano realizzabili in tempi brevi.
In poco più di un anno la Cina infatti qui ha già costruito 75 degli oltre 90 parchi solari previsti aumentando concretamente di oltre il 10% la produzione di energia solare. Mentre oggi il turismo è al collasso e le strade sono vuote fra le città cubane dipendenti dal petrolio per generare elettricità nella fragile rete del Paese, le risorse, il carburante e la manutenzione appaiono ancora come miraggio lontano: l’unica opzione percorribile sembrano dunque essere le rinnovabili.
Come ha ricordato un fondo apparso sul portale dell’Università di Yale nell’oscurità attuale ci sono infatti stati segnali molto incoraggianti: il 10 febbraio ad esempio Cuba “ha generato più di 800 megawatt dall'energia solare per la prima volta” secondo i dati del Ministero dell'Energia e il giorno dopo altri 900 megawatt. C’è stata inoltre in tutto il Paese “un'impennata delle microreti rinnovabili”, quelle su piccola scala, composte da pannelli o turbine eoliche. Molti dei pannelli installati erano di tipo economico e provenienti dalla Cina. “La crescita - scrive Yale - è resa possibile anche da una drastica diminuzione del costo dei sistemi di energia pulita. Il costo dei pannelli solari è diminuito del 90%" nell'ultimo decennio e anche il prezzo dei sistemi solari e di batterie combinati è diminuito in modo significativo”.
Il problema è che per ora si sta operando ancora su piccola scala e con pochi sistemi di accumulo: ciò significa che pochi cubani possono permettersi il solare domestico o possono fare affidamento in tutte le ore del giorno sulle energie pulite. Eppure è un segnale incoraggiante, una lezione osservata da tutto il mondo ricorda Yale - su come potenzialmente le cose, anche per un Paese tartassato dalle sanzioni e le imposizioni da parte di Donald Trump, potrebbero cambiare indipendentemente dai combustibili fossili.
Talmente interessante, quello che sta accadendo a Cuba, che il Transition Security Project (TSP) del think tank Common Wealth si è spinto in una analisi per comprendere se il Paese potrebbe liberarsi per sempre dalla coercizione degli Stati Uniti: nel report gli esperti sostengono che con un investimento di 8 miliardi di dollari - da parte di altri Paesi del mondo - Cuba potrebbe generare il 93% della sua elettricità da energie rinnovabili. Con 19 miliardi di dollari il sistema di energia sarebbe “completamente rinnovabile”.
"La strategia statunitense di dominio energetico mira a consolidare la dipendenza dai combustibili fossili, a rallentare la transizione verde e a rafforzare il potere degli Stati Uniti - sostiene Kevin Cashman, autore dell’analisi. - Per Paesi come Cuba, che possiedono un enorme potenziale di energia rinnovabile ma che soffrono di blackout e disagi diffusi a causa di un crudele e illegale blocco energetico imposto dagli Stati Uniti, la transizione verso l'elettricità verde ridurrebbe l'influenza degli Stati Uniti e rappresenterebbe un esempio luminoso per il mondo”.
Lo stesso presidente cubano Miguel Díaz-Canel descrivendo la crescita rinnovabile l’ha definita come un atto di "sovranità energetica", in sostanza una risposta concreta agli Usa. Ma non bisogna illudersi. Per riuscire a caricare di pragmatismo questa risposta infatti servirebbero non solo tanti contributi economici internazionali ma anche la risoluzione di alcune sfide necessarie per la transizione, su tutti quella dei sistemi di accumulo. Per trasformare Cuba nel più grande laboratorio della transizione energetica nei Caraibi è infatti fondamentale il passaggio a sistemi di accumulo su larga scala (per consentire anche la fornitura elettrica notturna). Riuscirci è una partita ardua, ma la Cina ha annunciato di volerla giocare: punta ad integrare 92 dei parchi solari previsti per il 2028 con sistemi di accumulo tali da permettere a Cuba di avere una larga quota del proprio fabbisogno energetico generato dal sole. Una risposta luminosa per uscire dall’oscurità in cui il blocco statunitense la sta facendo sprofondare.