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L'allarme Onu: "Sta finendo la sabbia del mondo". Ne preleviamo troppa

L'allarme Onu: "Sta finendo la sabbia del mondo". Ne preleviamo troppa

Un nuovo report fa luce sull'estrazione di sabbia e ghiaia. I casi limite delle Maldive o l'uso crescente in Africa ci ricordano che non è "inesauribile", ma è fondamentale per vite ed ecosistemi. L'appello: "Serve una nuova governance e materiali alternativi"

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D’istinto l’associamo al mare, alle vacanze, alle passeggiate, ai momenti felici mentre corriamo scalzi. Ma la sabbia non solo è vita e bei ricordi, è molto di più: è un materiale che permette di costruire futuro e difendere le esistenze, sia delle persone che degli animali. Eppure, in questo mondo antropizzato, stiamo oggi estraendo sabbia e ghiaia a un ritmo ormai insostenibile prelevandone più di quanta la Natura riesca a restituirci. Un concetto, quello diffuso da un nuovo rapporto dell’Unep, il programma delle Nazioni Unite per l’ambiente, che mette nero su bianco un fatto: la sabbia non è una risorsa inesauribile e un mondo senza sabbia sarebbe decisamente più vulnerabile.

Se le nostre coste reggono tra erosione e innalzamento dei livelli del mare causati dall’accelerazione dei cambiamenti climatici che l’uomo ha innescato è infatti ancora in gran parte grazie alla sabbia. Se in diverse parti del Pianeta possiamo realizzare a costi contenuti case, edifici, pannelli solari o chip di silicio è sempre grazie al materiale solido più estratto sulla Terra. Un materiale che è protagonista anche degli equilibri degli ecosistemi marini e fluviali: regola il corso dei fiumi, protegge le falde delle coste, filtra l'acqua. Il problema, spiegano dall’Onu, è che al ritmo attuale di estrazione di sabbia e ghiaia nel mondo in futuro queste garanzie potrebbero non esserci più.

Nel report Sabbia e sostenibilità: una risorsa essenziale per la natura e lo sviluppo viene spiegato infatti come, in una Terra dove presto potremmo arrivare a 10 miliardi di persone, la crescita demografica ed economica stanno facendo impennare la domanda globale di sabbia a tal punto da superare “l’offerta disponibile” della Natura. Secondo l’analisi la domanda di sabbia per l’edilizia entro il 2060 rischia infatti quasi di raddoppiare (45%), un'impennata tale da farci immaginare “un mondo senza senza sabbia”. Qualcosa che non possiamo permetterci dato che “dipendiamo dalla sabbia 'morta' (inerte) per le infrastrutture e dalla sabbia 'viva' (attiva) per i servizi ecosistemici” ricorda l’Unep aggiungendo che “la sabbia viene estratta per soddisfare diverse esigenze infrastrutturali che sono alla base della società moderna e dello sviluppo. La Natura ha impiegato centinaia di migliaia di anni per generarla attraverso graduali processi di erosione geologica eppure stiamo utilizzando la sabbia a un ritmo impressionante”. Si parla addirittura di “50 miliardi di tonnellate all’anno”. Li preleviamo da fiumi, laghi, zone costiere, persino aree marine protette. Qualcosa che si può già osservare bene in Asia e nel sud-est asiatico e “ora lo vedremo n Africa perché la popolazione raddoppierà da qui al 2050”, sostiene Pascal Peduzzi, uno dei funzionari Unep che ha redatto il report.

Inoltre, con la crisi del clima, la richiesta di sabbia aumenterà anche per poter innalzare argini prima delle alluvioni, per realizzare dighe e frangiflutti e contenere il livello di innalzamento del mare. Di conseguenza l’Unep lancia un appello ai governi e all'industria per “adottare approcci più sostenibili all’estrazione” e invita a ripensare anche ad altri materiali alternativi, come la sabbia mineralizzata sottoprodotto della lavorazione dei minerali, oppure a puntare di più sulla paglia.

Ci sono Paesi, come la Colombia, che stanno già mettendo in atto piani per trovare alternative a sabbia e ghiaia e anche in Brasile, Paese tra i più estrattivi al mondo, si punta oggi di più sui sottoprodotti per provare a ridurre per esempio la pressione sui fiumi. Ma in altre zone del Pianeta invece, come ricorda anche il The Guardian in un approfondimento sul tema, la logica resta quella di spostare la sabbia - continuando a prelevarla - per affrontare gli imminenti problemi.

Un esempio lampante sono le Maldive dove fra crescita demografica e innalzamento del livello del mare che sta riducendo lo spazio abitativo porta a prelevare sabbia da varie zone dell’arcipelago per aumentare la superficie della capitale Malé. Nel 2019 una società olandese fu incaricata dal governo di aumentare la superficie vicino alla città sull’isola di Gulhifalhu: furono utilizzati 24,5 milioni di metri cubi di sabbia dragata da un atollo e, sei mesi dopo, la valutazione ambientale parlò di “effetti irreversibili” con quasi 200 ettari di barriere coralline e habitat, anche in aree marine protette, completamente distrutti. Situazioni simili si sono verificate anche nelle Filippine con dragaggi, per ampliare i progetti aeroportuali, che hanno impattato direttamente sulla vita delle comunità di pescatori. Idem in Indonesia, nel Sulawesi, dove il prelievo di milioni di metri cubi di sabbia per uno sviluppo urbano ha alterato gli ecosistemi e le possibilità di pesca.

Per un mondo capace di garantire ancora la sabbia, e anche di alimentare i nostri ricordi piacevoli su spiagge e coste, così come per permettere la vita di intere comunità ed ecosistemi, secondo l’Unep è dunque tempo di trovare un equilibrio, rivedendo i processi di governance legati all’estrazione. In sostanza, chiosano dall’Onu, servono più accodi, trasparenza, pianificazione, materiali alternativi ma anche mappe e dati per comprendere come - spostare i granelli - può impattare sulle vite di miliardi di persone nel Pianeta.