16.826 sono gli animali avvelenati e uccisi tra il 2019 e il 2024 in Italia: quasi tre al giorno, per quindici anni. Numeri che mostrano chiaramente l’entità di un fenomeno che non è più isolato, ma è diventato strutturale, diffuso su tutto il territorio nazionale. Gli ultimi episodi risalgono appena a maggio scorso quando sia all’interno che all’esterno del Parco Nazionale d’Abruzzo, Lazio e Molise sono stati trovati morti 21 lupi e altri animali selvatici. Un episodio che assume un valore che va oltre la singola vicenda locale, perché colpisce un sistema di tutela ambientale costruito nel corso di decenni attraverso sia la ricerca scientifica che un lavoro sul territorio di dialogo con le comunità locali.
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In Abruzzo un’emergenza dopo anni di convivenza
E forse non è un caso che oggi la regione Abruzzo, da sola, abbia un tasso di avvelenamenti per abitante quattro volte superiore alla media nazionale. “Un’emergenza che non è più faunistica: ma è un problema di legalità”, dicono ora gli ambientalisti che nei giorni scorsi hanno illustrato i dati raccolti dal Portale nazionale di monitoraggio degli avvelenamenti dolosi. L’occasione è stato un incontro nella Sala Stampa della Camera dei Deputati organizzato su iniziativa della deputata Eleonora Evi dedicato al “fenomeno delle esche avvelenate e alle sue conseguenze ambientali, sanitarie e sociali”. Insieme alla deputata c’erano i rappresentanti delle associazioni impegnate in prima linea per la salvaguardia della fauna selvatica “Io non ho paura del lupo”; “Salviamo L’Orso” e “Rewilding Apennines”.
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Perché nasce il conflitto
Al centro del dibattito non solo le uccisioni illegali, ma anche il tema della convivenza dei grandi carnivori con le comunità locali. Una delle sfide principali per la conservazione della fauna selvatica non solo in Italia, ma in tutta Europa. La predazione del bestiame, i danni alle attività agricole, la percezione del rischio per la sicurezza, i costi economici per gli allevatori e gli agricoltori contribuiscono a rendere la convivenza uno dei problemi principali. L’obiettivo spiegato sia dagli ambientalisti che dai ricercatori e esperti è dunque di trovare una strategia che consenta a uomini e grandi carnivori di condividere lo stesso territorio riducendo al minimo i conflitti. Una questione complessa.
Il lupo è certamente la specie in questo momento più a rischio. “Proprio la specie che il governo ha deciso di declassare, riducendo il livello di protezione, è quella che ha subito più uccisioni: dal 2019 al 2023 in Italia sono stati rinvenuti morti almeno 1.639 esemplari, con un trend in costante aumento. Da 210 casi registrati nel 2019 ai 449 del 2023. Parliamo di oltre un lupo morto al giorno, e si tratta certamente di una sottostima rispetto alla reale mortalità della specie - ha spiegato Francesco Romito di “Io non ho paura del lupo” - le cause di mortalità riconducibili direttamente o indirettamente all’uomo superano il 70% dei casi. Eppure, questo animale svolge un ruolo fondamentale per mantenere l’equilibrio ecologico dei territori”. Accusato di essere il colpevole dell’uccisione di capi di bestiame, soprattutto di ovini, i dati però sembrano smentire queste accuse: su 65.500 capi di bestiame uccisi in tutta Europa, la predazione rappresenta lo 0,065 del totale.
Sono importanti per l’equilibrio ecologico
Ma il problema delle uccisioni illegali con le esche avvelenate non riguarda solo il lupo, ma altri grandi carnivori come l’orso bruno marsicano specie unica al mondo presente esclusivamente nell’Appennino centrale di cui rimangono 50-60 esemplari ed è stato dichiarato dagli esperti “a rischio estinzione”. Secondo Valeria Barbi, responsabile della comunicazione di “Salviamo L’Orso”, associazione che dal 2012 si occupa di tutela e conservazione di questa specie: “Quando muore un orso marsicano, non perdiamo soltanto un individuo. Perdiamo diversità genetica, capacità riproduttiva, resilienza ecologica. Perdiamo un pezzo del patrimonio naturale mondiale. La tutela di questa specie, e della biodiversità̀ di cui favorisce l’equilibrio, non deve diventare terreno di scontro ideologico o propaganda elettorale. La scienza parla con chiarezza. I dati esistono. Le responsabilità̀ sono note. Quello che manca troppo spesso è la volontà politica di agire con tempestività e coerenza”.
“L’uso del veleno è un crimine ambientale”
“Quando parliamo di veleno non stiamo parlando solo di tutela della fauna. Stiamo parlando di legalità. Di un crimine ambientale che ha numeri, dinamiche e diffusione da fenomeno sistemico”, ha spiegato Daniela Gentile di Rewilding Apennines, organizzazione affiliata a Rewilding Europa attiva nel ripristino ecosistemico e nella coesistenza con i grandi carnivori in Appennino centrale. I volontari hanno lavorato fianco a fianco con i carabinieri del Corpo Forestale e del reparto Biodiversità di Castel di Sangro.
“La comunità scientifica internazionale considera il veleno una delle forme più distruttive e indiscriminate di persecuzione della fauna selvatica. Chi dissemina bocconi avvelenati non colpisce soltanto un animale, compie un attentato contro il patrimonio pubblico, la biodiversità, la salute ambientale e persino contro la sicurezza sanitaria delle comunità umane. Eppure, la convivenza con i grandi carnivori è possibile attraverso strumenti di prevenzione già disponibili. Quello che manca è una strategia nazionale coerente e continuativa”, ha chiarito Valeria Barbi che ha parlato di vera e propria persecuzione dei grandi carnivori.
Le vittime “collaterali” dei bopcconi avvelenati
E poi ci sono le “vittime collaterali”: migliaia di cani e gatti domestici che mangiano bocconi di cibo avvelenato. Le sostanze utilizzate? Pesticidi e fitofarmaci vietati da anni in Europa, ma ancora reperibili nel mercato illegale. “Il carbofurano è vietato in Europa dal 2008. Eppure, oggi, diciotto anni dopo, è ancora la sostanza più trovata nelle carcasse di grifone in Appennino. Le esche avvelenate parlano di una filiera sommersa che continua ad alimentare questo fenomeno”, ha aggiunto Gentile.
Quali strategie per la convivenza?
I relatori dell’incontro alla Camera dei deputati hanno presentato un pacchetto di richieste. Per combattere sia il fenomeno degli avvelenamenti, sia per trovare una strategia per la convivenza. Tra queste: il rafforzamento delle attività investigative e dei nuclei antiveleni; l’introduzione di una normativa specifica contro l’avvelenamento doloso della fauna; campagne nazionale di sensibilizzazione e per trovare il sostegno delle comunità locali che investono nella convivenza con la fauna selvatica e propongono di guardare alla Spagna alla normativa appena adottata che detta le coordinate di una strategia sui territori.
È stata inoltre richiamata la necessità di recepire efficacemente la direttiva europea 2024/1203 sulla tutela penale dell’ambiente, inserendo il contrasto al veleno tra le priorità della futura strategia nazionale contro i reati ambientali. E questo ultimo punto si è trasformato in un vero e proprio appello.