Scarti agroalimentari, sono milioni di tonnellate annue in Italia, ma il 70% non viene convertito

Scarti agroalimentari, sono milioni di tonnellate annue in Italia, ma il 70% non viene convertito

Almeno 130 mila tonnellate annue potrebbero essere ulteriormente valorizzate

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L’Italia è uno dei principali produttori agroalimentari europei e, di conseguenza, genera ogni anno una quantità molto elevata di agro-food waste, termine che indica gli scarti e i sottoprodotti provenienti dall’agricoltura, dall’industria alimentare e dalla distribuzione. Anche se non esiste una stima univoca complessiva, parliamo di milioni di tonnellate all’anno, considerando la varietà e l’estensione delle filiere coinvolte. Attualmente circa il 70% di questi rifiuti non viene utilizzato e una parte consistente di essi, diciamo un potenziale residuo superiore a 130 mila tonnellate annue, potrebbe essere ulteriormente valorizzato, trasformandolo in energia e biochar, un materiale che resta sul terreno, e allo stesso tempo intrappola CO2.

Sono i dati resi noti da Lucrezia Lamastra del Dipartimento di Scienze e Tecnologie Alimentari per una filiera agroalimentare Sostenibile dell’Università Cattolica del Sacro Cuore, campus di Piacenza, autrice di lavori sul tema di recente pubblicati sul Journal of Environmental Management e sul Journal of Environmental Chemical Engineering.

BACKGROUND

Annualmente, la produzione globale di residui agricoli supera i 5 miliardi di tonnellate annue, con l'Asia come principale produttore (47%), seguita da America (29%), Europa (16%), Africa (7%) e Oceania (1%). Gli scarti agroalimentari provenienti dai residui dei terreni agricoli comprendono principalmente steli, gambi, foglie, baccelli di semi, erbacce, paglie di cereali, biomassa di palma da olio e fibre vegetali naturali non legnose, come la fibra di tiglio e la fibra di foglia. I reflui zootecnici comprendono una varietà di materiali tra cui escrementi animali, lettiera, deflusso delle acque piovane, terra, peli, piume e altra materia organica comunemente associata all'allevamento di animali.

La produzione agricola europea è aumentata di circa il 14%. Tuttavia, per settori specifici, il contributo italiano rappresenta il 37% per il vino, seconda solo alla Francia (43%), e il 33% per l'olio d'oliva, che segue la Spagna con il 48%. Nella produzione di frutta, l'Italia copre il 18% dell’intera produzione dell'UE, seconda solo alla Spagna, che ne copre il 28%. Inoltre, l'Italia è leader nella produzione di pasta e prodotti da forno nell'UE, rappresentando il 73% del fatturato totale dell'UE.

In Italia, la valorizzazione energetica degli scarti agroalimentari può avvenire attraverso tre principali filiere tecnologiche: pirolisi (un processo che consiste nel portare scarti come la paglia ad elevate temperature, ma in assenza di ossigeno, così non c’è combustione ma produzione di bio-olio e syngas (un gas combustibile sintetico) attraverso la cui combustione si può ottenere energia e biochar, un materiale carbonioso solido), gassificazione (un processo di conversione termochimica che trasforma materiali carboniosi in un gas sintetico combustibile), fermentazione (un processo biologico nel quale microrganismi degradano la sostanza organica in assenza di ossigeno, producendo principalmente biogas e digestato). A queste si aggiungono processi emergenti basati su batteri, funghi e insetti, alcuni anche rivolti alla produzione di nuovi materiali (es bioplastiche).

Le soluzioni, spiega Lamastra, con il più alto livello di maturità tecnologica, sono il compostaggio, la digestione anaerobica e la combustione. Si tratta di tecnologie ormai industriali, ampiamente diffuse e utilizzate soprattutto per il recupero energetico e la produzione di ammendanti per il suolo. La loro distribuzione geografica è però sbilanciata, sottolinea: la maggior parte degli impianti si concentra nel Nord del paese, in particolare in regioni come Lombardia, Emilia-Romagna e Veneto, dove è più forte la presenza agroindustriale. Il Centro presenta una diffusione intermedia, mentre il Sud, pur avendo un grande potenziale in termini di biomasse disponibili, risulta avere ancora poche infrastrutture.

Accanto a queste tecnologie mature, esiste un secondo gruppo di soluzioni a livello intermedio, come pirolisi, gassificazione e processi di fermentazione avanzata. Queste tecnologie permettono di ottenere prodotti a maggior valore aggiunto — come biochar, bio-oli, syngas o bioplastiche — ma sono ancora in fase di sviluppo. In Italia sono presenti soprattutto come impianti pilota o progetti sperimentali, spesso legati a università e centri di ricerca, con una maggiore concentrazione nel Nord e nel Centro del Paese.

Infine, il livello più innovativo è rappresentato dalle tecnologie emergenti, ancora in fase iniziale, che impiegano sistemi biologici avanzati. Si tratta, ad esempio, dell’impiego di batteri e funghi per produrre biomateriali o composti ad alto valore, oppure dell’utilizzo di insetti — come la mosca soldato nera o il tenebrione — per trasformare gli scarti organici in proteine e fertilizzanti. In Italia queste soluzioni sono già presenti in progetti pilota attivi in diverse aree, ma non sono ancora diffuse su scala industriale.

“Nel complesso, emerge un quadro in cui l’Italia dispone di un sistema solido nelle tecnologie tradizionali, ma ancora in evoluzione sul fronte dell’innovazione. La sfida nei prossimi anni sarà proprio quella di integrare e scalare le tecnologie più avanzate, per passare da una logica di semplice gestione dei rifiuti a una vera valorizzazione industriale degli scarti agroalimentari”, conclude Lamastra.

“Uno dei principali limiti italiani - spiega Emanuele Mazzoni dell’Università Cattolica, campus di Piacenza - riguarda la scalabilità: mentre questi sistemi funzionano bene su piccola scala, il passaggio a una dimensione industriale richiede condizioni molto controllate e un flusso costante e omogeneo di scarti, che non sempre è facile garantire, data la natura variabile e stagionale dell’agro-food waste”.

A questo si aggiungono vincoli normativi ancora rilevanti, soprattutto per l’utilizzo degli insetti nella produzione di mangimi o alimenti, che limitano sia la tipologia di scarti utilizzabili sia le possibili destinazioni dei prodotti finali. Anche dal punto di vista economico, il settore è ancora in fase di sviluppo: i costi di gestione e di controllo dei processi biologici sono relativamente elevati e il mercato dei prodotti derivati, come le proteine dagli insetti o i fertilizzanti, non è ancora del tutto consolidato.

Infine, la presenza di infrastrutture dedicate è ancora limitata e distribuita in modo frammentato sul territorio, con qualche esperienza pilota in alcune regioni, ma senza una vera rete industriale diffusa.