C’è un altro pangolino in Asia. Il pangolino dell’Himalaya (Manis aurita), si rivela essere una specie diversa dal pangolino cinese (Manis pentadactyla), e non una sua sottospecie. Quella che potrebbe sembrare solo una curiosità, una questione di tassonomia (cioè la disciplina che si occupa della classificazione degli organismi) rappresenta invece un riconoscimento importante per la protezione di uno dei mammiferi più minacciati del pianeta. Lo studio che lo appura è stato appena pubblicato su Communications Biology.
Un mammifero unico
I pangolini sono mammiferi appartenenti all’ordine dei Folidoti e sono diffusi solo in Africa e in Asia. Sono spesso descritti come formichieri “corazzati”: hanno musi allungati, code robuste e grandi artigli ricurvi, e si nutrono di formiche e termiti proprio come i formichieri. Ma la loro caratteristica distintiva è che sono ricoperti da scaglie sovrapposte di cheratina (la stessa sostanza delle unghie e dei capelli umani), quasi a sembrare delle grosse pigne ambulanti. Queste scaglie, però, sono anche uno dei motivi che li sta portando all’estinzione: alcune forme di medicina tradizionale attribuiscono loro proprietà curative, alimentando un mercato nero globale che rende il pangolino il mammifero più trafficato al mondo.
Pangolini in pericolo
Tutte le specie note, infatti, sono inserite nell'Appendice I della Cites (Convenzione sul commercio internazionale delle specie di flora e fauna selvatiche minacciate di estinzione), che ne proibisce severamente il commercio internazionale. Per questo, spiegano gli esperti, una corretta identificazione scientifica delle specie è più che mai urgente per pianificare strategie di salvaguardia efficaci. “Non possiamo proteggere ciò che non conosciamo - sottolinea Anderson Feijó, assistente presso il Field Museum di Chicago e coautore dello studio - e ora che abbiamo confermato l'esistenza di quest'altra specie di pangolino, possiamo utilizzare le informazioni per contribuire a proteggere questi animali in via di estinzione”.
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Simili ma diversi
Se il pangolino cinese e il pangolino dell’Himalaya fossero o no la stessa specie era un enigma che durava ormai da diverso tempo. Il pangolino cinese e il pangolino dell'Himalaya, infatti, possono sembrare molto simili, spiegano i ricercatori, ma ci sono caratteristiche anatomiche che li differenziano. Il pangolino dell’Himalaya, per esempio, è in genere più grande di quello cinese, ha un corpo più massiccio e una coda in proporzione più lunga. Le parti esterne dell’orecchio, invece, sono sensibilmente più piccole.
Un segreto custodito nel DNA
È stato dunque solo attraverso una dettagliata indagine che ha unito lo studio dell’anatomia con quello del genoma che il team di esperti è riuscito a sciogliere il dubbio. Un elemento cruciale è stato l'accesso alle collezioni dei musei di storia naturale, che conservano esemplari risalenti a oltre un secolo fa. In particolare, è stato possibile estrarre e sequenziare il DNA da un reperto storico del 1836, conservato al Museo di Storia Naturale di Londra. I risultati delle analisi genetiche hanno infine dimostrato che il pangolino dell'Himalaya e quello cinese si sono separati circa 1,8 milioni di anni fa, durante il Pleistocene, un’era caratterizzata da grandi oscillazioni climatiche che hanno spinto gli antenati di questi animali a rifugiarsi in zone isolate tra loro, favorendo la nascita di specie diverse.
L’ultimo pezzo del puzzle
Nel 2025, in realtà, un altro team di ricerca aveva avanzato l’ipotesi che esistesse una specie di pangolino asiatica (diffusa tra Nepal, India, Bhutan e Myanmar) diversa da Manis pentadactyla, chiamandola Manis indoburmanica. "Questo ci ha lasciato con un altro enigma tassonomico: qual è la relazione tra indoburmanica e aurita? Sono la stessa specie o specie diverse?", commenta Kai He dell'Università di Guangzhou (Cina), tra gli autori dello studio. Ancora una volta i reperti storici hanno fornito la risposta definitiva: gli esemplari moderni presenti in tutta l’area himalayana corrispondono a M. aurita. Ciò significa che M. indoburmanica e M. aurita sono la stessa specie. Il nome ufficiale, però, dovrebbe rimanere Manis aurita, poiché coniato in epoca precedente.
Nuovi strumenti forensi contro il bracconaggio
Il riconoscimento ufficiale della specie Manis aurita ha implicazioni immediate per la lotta al traffico illegale. Spesso, nei sequestri, vengono ritrovate solo le scaglie degli animali, rendendo impossibile capire a quale specie appartengano e da dove provengano originariamente. Grazie al database genetico creato da questa ricerca, però, sarà ora possibile utilizzare la scienza forense per identificare con precisione la provenienza del materiale sequestrato. Questo permetterà di individuare i luoghi dove il bracconaggio è più intenso, come la valle di Kathmandu, e di coordinare meglio gli sforzi internazionali. Sapere esattamente quali specie abitano determinati territori aiuterà, inoltre, a evitare errori nei programmi di reintroduzione in natura, garantendo che gli animali vengano riportati nell’ambiente corretto.