I cambiamenti climatici, responsabili della scomparsa di alcuni habitat, hanno un grave effetto su molte specie vegetali e animali. Ma non solo: anche quando questi habitat si limitano a spostarsi, l'impatto su queste specie è elevatissimo. A sottolinearlo sulle pagine della rivista Nature Ecology and Evolution è un nuovo studio guidato dall'Università di Potsdam, in Germania, secondo cui gli strumenti usati oggi per stimare il rischio di estinzione legato ai cambiamenti climatici non sono poi così accurati, ma anzi potrebbero sottostimare il numero di piante e animali destinati ad estinguersi. E poiché l'identificazione precoce delle specie vulnerabili è cruciale per un'azione di conservazione tempestiva, gli autori del nuovo studio invitano quindi a ripensare i criteri con cui valutiamo il rischio estinzione.
Clima ed estinzione
Per giungere a questa conclusione, i ricercatori del nuovo studio hanno passato in rassegna le attuali linee guida della Red List dell'Unione internazionale per la conservazione della natura (Iucn), il principale sistema mondiale che classifica le specie in base al loro rischio di estinzione e che dal 1964 documenta lo stato globale della biodiversità. Di recente, sono state ampliate le sue linee guida per la valutazione del rischio di estinzione legato ai cambiamenti climatici e, per valutarle, gli autori del nuovo studio hanno simulato specie virtuali con diverse caratteristiche ecologiche, come per esempio la capacità di dispersione, la velocità riproduttiva e la tolleranza a temperature calde e fredde.
Un rischio sottovalutato
Dalle successive analisi è emerso che i modelli più comunemente usati oggi, i cosiddetti Species Distribution Models (SDM), funzionano bene quando l'habitat si restringe semplicemente, ma sottostimano sistematicamente il rischio di estinzione per le specie che spostano geograficamente il proprio areale. Come spiegano i ricercatori, questa minor accuratezza dipende dal fatto che i modelli presuppongono una relazione lineare tra la dimensione della popolazione e la perdita di habitat, un'ipotesi che però non è supportata da prove empiriche. I nuovi risultati, infatti, hanno mostrato come in realtà anche una perdita relativamente limitata di habitat può portare a un forte declino della popolazione nelle specie che sono costrette a migrare per rincorrere le condizioni climatiche favorevoli. Le attuali soglie quantitative usate per classificare una specie come minacciata, inoltre, sono troppo conservative e potrebbero quindi fornire avvisi troppo tardivi affinché le strategie di conservazione siano efficaci.
L'urgenza di un aggiornamento
Sebbene gli autori non mettano in discussione il valore della Red List della Iucn, i risultati evidenziano come il rischio di estinzione venga sottostimato e, quindi, come le politiche di conservazione possano arrivare in ritardo. Ed è per questo che suggeriscono di aggiornare le linee guida della Iucn per migliorare le future valutazioni del rischio di estinzione legato ai cambiamenti climatici, integrando modelli più sofisticati che tengano conto di più parametri, e non solo della perdita dell'habitat, che consentirebbero valutazioni più affidabili. “La nostra ricerca evidenzia l'urgente necessità di migliorare le linee guida della Red List della Iucn, in modo che le misure di conservazione possano essere pianificate e attuate tempestivamente”, ha concluso l'autrice principale Raya Keuth. “Solo previsioni più accurate ci permetteranno di contrastare efficacemente la continua perdita di biodiversità”.