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Il caso

"Caldo e morti sul lavoro, serve una certificazione per gli indumenti refrigeranti"

"Caldo e morti sul lavoro, serve una certificazione per gli indumenti refrigeranti"

Non solo condizionatori nelle scuole o sistemi refrigeranti negli edifici, per combattere un futuro sempre più caldo serviranno anche norme chiare per gli indumenti "hi-tech" da indossare, che sono in crescita. L'appello di un imprenditore: "Normiamoli, potranno salvare vite"

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Un protocollo e una certificazione per gli indumenti rinfrescanti da indossare quando lavoriamo per evitare di morire di caldo. Quest’estate, rispetto alla scorsa, sono cresciute le vittime (oltre 20 quelle direttamente collegate al calore) decedute sul lavoro a causa del caldo. L’Inail stima come ogni anno in Italia siano circa 4000 i casi di criticità per via delle alte temperature elevate e uno studio di Greenpeace e Cgil parla di 1,5 milioni di lavoratori a rischio per l'esposizione a condizioni di caldo tali da rappresentare una minaccia per la salute.

Si muore o ci si ammala nei campi, soprattutto in agricoltura, nei cantieri, come quelli dell’edilizia, oppure nelle varie professioni all’aperto. Come contromisura esiste, oltre alle ordinanze regionali e comunali per la sospensione di attività e cantieri, la cassa integrazione che scatta per esempio quando le misure superano i 35 gradi. Non esistono però standard unici per abiti, da indossare, che possano aiutarci a combattere i colpi di calore.

Se da una parte ci sono protocolli per esempio per gli indumenti nella sanità o se pensiamo alle scarpe antinfortunistica nelle fabbriche, in vista di un caldo sempre più elevato che ci accompagnerà in futuro a causa della crisi climatica manca, in Italia ed Europa, uniformità e certificazioni ISO che mettano tutti d’accordo su cosa indossare per la nostra sicurezza e per migliorare le condizioni di salute dei lavoratori. Nel mondo stiamo cominciando a vedere soluzioni applicate: dagli operatori ecologici in Cina che indossano capi che incorporano ventilatori fino, per esempio nello sport, ai gilet hi-tech rinfrescanti come quello utilizzato da Jannik Sinner.

“Ma non sappiamo, perché non c’è un ISO, un protocollo UNI, se quei sistemi sono davvero efficaci o se hanno controindicazioni per la salute sul lungo termine. Semplicemente nel mondo del lavoro non esiste uno standard su cosa indossare - che sia comprovato - contro il caldo”. A parlare è Gianni Landro, imprenditore che sta provando a portare avanti una battaglia relativa agli indumenti anti caldo. Il titolare di Landro Heaton, impresa di sistemi riscaldanti avanzati per l’industria e componenti elettronici per il motorsport, racconta a Green&Blue come si è accorto di questa lacuna e del perché sarebbe fondamentale sviluppare una certificazione.

“Noi abbiamo vinto un bando della Regione Liguria relativo a benessere e salute che offriva la possibilità di sviluppare, con lo scopo di portarlo sul mercato, un indumento raffrescante per persone deboli e lavoratori. Da lì abbiamo cominciato a sviluppare dei prototipi e fare test”. Spiega che la sua azienda ha già fornito maglie raffreddate per la Formula 1 e il circuito rally, ma si tratta di “kit molto costosi, da 8500 euro, qui invece parliamo di sviluppare qualcosa di economico”.

Strada facendo Landro si è accorto di un problema: per tutti quei dispositivi che oggi vengono pubblicizzati come rinfrescanti, per esempio i gilet con ventilatori, non esiste ISO o certificazione. “Non c’è una normativa. Anche i sindacati, decisi ad aiutare i lavoratori, hanno fatto appello all’Europa affinché vengano definite regole su dispositivi economici ed efficaci, ma non ci sono state risposte”. Dall’altra parte del mondo, in Giappone, contro il caldo alcune aziende hanno persino realizzato dei frigo-umani capaci di abbassare in poco tempo le temperature corporee: ditte e amministrazioni comunali li hanno adottati. In generale, c’è fermento sulla creazione di dispositivi raffreddanti, ma carenza di regole. Anche in Italia “questa estate alcune amministrazioni hanno dato gilet raffreddanti agli operatori del mercato ortofrutticolo. Quella tipologia di prodotto non è certificata: bisognerebbe dunque chiedersi se può portare a problemi. Per esempio esistono ventilatori che sparano aria sui reni, che impatti ha questo a lungo termine? Domande a cui non abbiamo risposte perché spesso non vengono testati sul lungo periodo”.

Da qui l’appello dell’imprenditore: “Istituzioni, sindacati, industria e certificatori dovrebbero sedersi al tavolo e sviluppare un piano per indumenti per lavoratori con soluzioni testate e certificate”. La sua azienda, spiega, per ora porterà avanti l’idea di abiti “che riducono al minimo i rischi e i fastidi, con un sistema misto dotato di una piccola unità refrigerante all’esterno che fornisce aria fresca, senza flussi forti, a varie aree del corpo. La nostra è solo un’idea, che poi potrebbe essere modificata a seconda delle necessità delle professioni. Ma il punto resta che abbiamo bisogno di certificare questi dispositivi, di renderli sicuri per tutti. Noi vogliamo che sia definita la tecnologia, perché in queste estati così calde, anche i corretti indumenti sul lavoro possono salvare vite”.