La catastrofe ha fatto scattare l’allarme nella regione che ospita migliaia di ghiacciai. Secondo gli esperti c’è una minaccia concreta per milioni di persone che vivono nelle strette valli fluviali sotto le vette più alte del mondo. Uno studio conferma: il cambiamento climatico la causa del crollo
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“Il clima sull’Himalaya sta cambiando e non è in gioco solo il destino delle popolazioni nepalesi. Ci sono più di due miliardi di persone che vivono a valle, luoghi che stanno diventando sempre più vulnerabili man mano che questi eventi si intensificano”. Chiare le parole di Basanta Raj Adhikari, direttore del Centro per gli studi sui disastri presso l’Istituto di Ingegneria dell’Università Tribhuvan in Nepal. A poco meno di un mese dal crollo di una massa di ghiaccio e roccia di due chilometri quadrati dal monte Langtang Lirung fino al fondovalle nel distretto di Rasuwa, - generando una colata di detriti che ha causato la morte di oltre 1.300 persone e ne ha lasciate altre 5 mila disperse – gli scienziati non hanno dubbi: il cambiamento climatico causato dall’uomo è stato un fattore determinante per il crollo. Lo ha confermato uno studio commissionato da World Weather Attribution (Wwa) e condotto da un team internazionale di ricercatori specializzati che analizzano il ruolo dei cambiamenti climatici in specifici eventi estremi. Gli scienziati, infatti stanno diventando sempre più veloci a determinare in che modo il cambiamento climatico abbia avuto un ruolo in un determinato disastro. Al punto che possono affermare con certezza che una data ondata di caldo non si sarebbe verificata in assenza del riscaldamento causato dall’uomo, per poi ricondurre il contributo a tale riscaldamento a specifici responsabili dell’inquinamento.
E secondo gli scienziati che hanno lavorato per Wwa, per scoprire le causa dell’inondazione bisogna tornare indietro nel tempo e capire cosa è accaduto a quelle quote non solo durante le settimane precedenti – luglio e agosto 2026 sono stati i mesi più caldi mai registrati a quella quota - ma risalire ai mesi e agli anni prima della tragedia. Una tra tutte. Il ghiacciaio Langtang Lirung, si è ritirato di circa mezzo chilometro già dagli anni ’90 e almeno dieci dei principali sistemi fluviali asiatici – che garantiscono la sicurezza alimentare, idrica ed energetica di miliardi di persone – sono alimentati dagli oltre 63 mila ghiacciai nell’area. Ghiacciai esposti per il 78% al riscaldamento.
“Abbiamo concluso che si tratta di un versante geologicamente vulnerabile”, ha affermato Walter Immerzeel, idrologo montano presso l’Università di Utrecht nei Paesi Bassi e coautore dello studio, durante la conferenza stampa di presentazione del report. “Ma è stato ulteriormente destabilizzato dal ritiro dei ghiacciai e dallo scioglimento del permafrost, oltre che dall’eccessiva acqua di disgelo e dal caldo eccezionale registrato nel periodo immediatamente precedente al cedimento”. Lo studio del Wwa ha rilevato che il riscaldamento atmosferico di 2 °C, ben al di sopra della media globale, ha sciolto il permafrost sull’alta catena dell’Himalaya che teneva insieme le pareti rocciose, causando prima l’assottigliamento poi il ritiro del ghiaccio glaciale di sostegno. Ci sono state piogge intense a quote dove un tempo nevicava. L’acqua piovana e quella proveniente dalla fusione del ghiaccio si sono infiltrate nelle fratture nelle profondità della roccia. Il 26 agosto non ha più retto e un’enorme porzione di roccia e ghiaccio si è staccata dal monte Langtang Lirung, innescando una violenta ondata che si è riversata a valle.
Una minaccia per le comunità a valle
Secondo i climatologi, il rischio è per la stabilità delle montagne: lo scongelamento del terreno, che dovrebbe invece aiutare a tenere unita la roccia, e il ritiro dei ghiacciai causato dall’aumento delle temperature, rappresentano anche una minaccia concreta per le popolazioni che vivono nelle strette valli fluviali sottostanti le vette più alte del mondo. Secondo la climatologa Friederike Otto, esperta dell’Imperial College di Londra e coautrice dello studio, l’ecosistema montano e le società locali sono più vulnerabili agli impatti climatici rispetto alla pianura. “Piccoli cambiamenti nelle temperature influenzano la stabilità della terra stessa”, ha affermato. I sistemi di allarme e i piani di riduzione del rischio, che tra le altre cose erano presenti in Nepal, non sono sufficienti perché, a differenza delle inondazioni causate da piogge che possono essere preventivate, i crolli catastrofici dei pendii in alta montagna possono arrivare all’improvviso.
Nelle valli himalayane dove si concentra il maggior volume di neve e ghiaccio al di fuori delle regioni polari, parte della destabilizzazione montuosa è già iniziata. A confermarlo è il geoscienziato Jakob Steiner, che non è tra gli autori del rapporto ma che lavora nella regione himalayana dal 2006: “Il terreno rimasto sotto il ghiaccio per centinaia e migliaia di anni sta ora diventando scoperto”. Come è accaduto al ghiacciaio Langtang Lirung. “La cosa più importante per ridurre al minimo il rischio in questa regione è smettere rapidamente di usare i combustibili fossili che portano all’aumento delle temperature globali”. Secondo gli studiosi, la combinazione di questi fattori potrebbe rendere eventi, come quello che in Nepal molto più frequenti.
Per ricostruire ciò che è stato distrutto dalle inondazioni, il Nepal stima che saranno necessari 4,8 miliardi di dollari, oltre l11% del Pil nazionale. Ma il governo questa volta ha deciso di non chiedere solidarietà. Visto che la tragedia è stata causata dal cambiamento climatico e dall’emissione di gas serra a cui il paese contribuisce solo per lo 0,1% all’anno, i ministeri delle Finanze e dell’Ambiente del Nepal hanno inviato una lettera congiunta al Fondo delle Nazioni Unite per la risposta alle perdite e ai danni, istituito nel 2022 per sostenere le vittime della crisi climatica. Il Paese chiede 20 milioni di dollari per la ricostruzione immediata e per prepararsi a futuri disastri. Il Nepal ha inquadrato la richiesta in termini di giustizia climatica, non come una richiesta di aiuti. Il ministro degli Esteri nepalese ha affermato che il Paese ha pagato “il prezzo più alto per una crisi globale che non ha causato”.
“Abbiamo tutte le prove scientifiche che il disastro è stato causato dal cambiamento clima” ha affermato Adhikari “Quindi, ovviamente, abbiamo bisogno di risarcimenti, abbiamo bisogno di fondi per combattere il riscaldamento in un’ottica di mitigazione o adattamento. Siamo di fronte a una minaccia esistenziale dovuta al cambiamento climatico. Dobbiamo salvare la nostra civiltà dobbiamo salvare le montagne dell'Asia”.