Il 37% delle emissioni globali di CO₂ viene dall'edilizia. La risposta più credibile a questa emergenza non arriva dai laboratori del futuro, ma dalla terra, il materiale da costruzione più antico del mondo, usato ancora oggi da due miliardi di persone. Mauro Bertagnin, architetto e ricercatore, da quasi quarant'anni studia questa materia con rigore scientifico e visione globale. La sua tesi è semplice e radicale: non serve inventare qualcosa di nuovo. Serve ricordare quello che sapevamo già.
C'è qualcosa che le nostre case ipertecnologiche ci hanno tolto senza che ce ne accorgessimo. “Entrare in una casa di terra in un giorno d'estate”, racconta Bertagnin, “è un'esperienza quasi primordiale. Si viene avvolti da un silenzio ovattato e da una frescura naturale che nessuna tecnologia può replicare. È il comfort che solo una massa termica viva e traspirante può dare”. Un benessere fisico, concreto, che la modernità ha cancellato dalla memoria collettiva, ma che la scienza oggi sa misurare e riprodurre.
CRAterre: la scienza che ha dato un nome alla terra
“Se oggi la terra cruda è una disciplina accademica con protocolli, dati e standard internazionali, gran parte del merito va a CRAterre: non un semplice laboratorio, ma un centro di ricerca internazionale con base in Francia che dal 1979 ha trasformato un sapere millenario in una scienza rigorosa”.
Bertagnin vi collabora dal 1985 e ne descrive la missione su tre assi precisi: dimostrare la competitività tecnologica della terra rispetto ai materiali convenzionali; sviluppare tecniche accessibili per l'edilizia sociale nei paesi a basso reddito; preservare il patrimonio costruito che rischia di scomparire con le comunità che lo abitano. A sostenere questa visione, una cattedra Unesco che coordina oggi una rete di oltre 40 università e Ong nei cinque continenti, formando quella generazione di professionisti che il mondo dell'architettura sostenibile sta aspettando.
Una memoria collettiva
L'architettura di terra non è solo una tecnologia: è memoria collettiva, identità, storia costruita mattone per mattone con ciò che il territorio offre. "È una delle espressioni più originali della capacità umana di creare un ambiente abitato con le sole risorse disponibili", dice Bertagnin. Un patrimonio che lui stesso ha contribuito a salvare: fin dalle prime fasi del programma “Wheap” dell'Unesco, si è dedicato in particolare al progetto pilota per la conservazione di Timbuktu, in Mali. "Un lavoro decennale", racconta, "che Rai Storia ha documentato in occasione dell'ottantesimo anniversario dell'Unesco."
Un'eredità minacciata da guerre, alluvioni
E poi c’è da quella modernizzazione che troppo spesso sostituisce il sapere locale con soluzioni standardizzate importate dall'esterno. Dalle torri di Shibam in Yemen, i grattacieli di terra cruda che i viaggiatori chiamano la "Manhattan del Deserto", alle fortezze ocra del Marocco, l'Unesco lavora per proteggere questi capolavori, restituendo alle comunità locali gli strumenti per essere le prime custodi della propria storia.