In Svezia, tra i paesi europei alle prese con la scarsità idrica a causa della crisi climatica – 15 delle 21 contee sono a rischio - si sta portando avanti un esperimento per il trattamento delle acque reflue. Nella città di Helsingborg, nel sud della Svezia, il nuovo quartiere affacciato sul porto Oceanhamnen è diventato un laboratorio a cielo aperto dove l’intero sistema fognario è stato ripensato. Qui le acque di scarico non vengono semplicemente raccolte in uno stesso tubo, ma vengono separate direttamente alla fonte, ossia all’interno delle abitazioni. Il sistema prevede tre condotte: una per le acque reflue dei servizi igienici (acque nere), una per le acque grigie (provenienti da docce, lavandini, lavatrici e lavastoviglie) e una terza conduttura che convoglia i rifiuti alimentari dal lavello della cucina direttamente alla produzione di biogas.
Il modello svedese
I tre flussi arrivano al RecoLab, uno dei più grandi impianti di depurazione “a separazione alla fonte” del mondo realizzato apposta per sperimentare il recupero delle acque di scarico a Oceanhamnen per trasformarle in risorse. Dal punto di vista tecnico, infatti, la separazione alla fonte facilita il recupero delle diverse risorse: le acque nere e i rifiuti vengono trattati per produrre biogas, mentre azoto e fosforo recuperati posso essere riutilizzati per produrre fertilizzanti organici. Rispetto alle acque reflue miste, le acque reflue nere e gli scarti alimentari trattati separatamente possono produrre circa l'80% in più di metano, il componente principale del biogas.
Dalle acque grigie invece, dopo essere state trattate possono essere utilizzate per irrigare i terreni agricoli o per sostituire l'acqua dolce nei processi industriali ad alto consumo idrico, come la produzione della carta. Possono anche essere una fonte di energia visto che il calore può essere recuperato dall'acqua di scarico delle docce.
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Le questioni aperte e i pregiudizi
Il progetto svedese è interessante proprio perché cambia la filosofia della depurazione: invece di considerare le acque reflue soltanto un rifiuto, cerca di recuperare tutto ciò che può avere ancora un valore. Ma ci sono delle sfide nel riutilizzo delle acque reflue soprattutto in agricoltura: dalla mancanza di un quadro normativo adeguato ai prezzi accessibili, alla logistica e alla percezione pubblica.
E poi c’è il problema dello scetticismo nei confronti delle acque reflue da parte dell’opinione pubblica. Anche se le acque reflue trattate possono essere sufficientemente pulite per molti scopi, vengono considerate “antigieniche”. Nessuno vuole che agenti patogeni come la Legionella o l'Escherichia coli finiscano nel cibo attraverso l'irrigazione o i fertilizzanti. Eppure perfino l'Organizzazione Mondiale della Sanità delinea le modalità di utilizzo sicuro delle acque reflue separate alla fonte in agricoltura.
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Secondo queste linee guida, le acque grigie presentano generalmente un numero inferiore di agenti patogeni rispetto alle acque nere e possono essere utilizzate per l'irrigazione con semplici misure di gestione del rischio, come un'adeguata pulizia delle attrezzature per evitare qualsiasi contatto con le acque nere. In che modo? Prima di essere distribuite sui campi, gli agenti patogeni presenti nelle acque nere devono essere inattivati mediante un processo di sanificazione che di solito prevede lo stoccaggio per almeno un anno, il compostaggio in reattori speciali o il trattamento termico.
Il problema dei residui di farmaci e cosmetici
Le acque reflue contengono anche residui di farmaci come il paracetamolo e prodotti per la cura personale (ad esempio, cosmetici) difficili da rimuovere. Per questo motivo, prima di recuperare i nutrienti e utilizzarle come fertilizzanti nell’impianto RecoLab, le acque nere vengono trattate per rimuovere sia i metalli pesanti, che i farmaci e le microplastiche. Purtroppo, a differenza di agenti patogeni e metalli, che sono ben regolamentati quando si tratta di trattare i fanghi di depurazione, i farmaci non hanno alcuna regolamentazione legale. Le acque grigie invece spesso contengono residui di prodotti come creme antinfiammatorie o shampoo antimicotici. Altre sostanze come i filtri UV nelle creme solari, i profumi o i detergenti possono interrompere la riproduzione degli organismi acquatici. Le acque grigie di Oceanhamnen vengono filtrate attraverso una membrana fine – un nanofiltro – per ridurre sia i residui di farmaci e prodotti per la cura personale. La separazione alla fonte ha reso la rimozione di queste sostanze più efficiente anche dal punto di vista energetico.
Il quartiere che non spreca
Il riciclo delle acque reflue non risolverà completamente la scarsità d'acqua. Altre fonti, come l'acqua piovana o l'acqua di mare, possono essere riutilizzate, a seconda dello scenario. E approcci alternativi come la separazione alla fonte utilizzata a Oceanhamnen potrebbero portare allo sviluppo di sistemi più efficienti. Da questo punto di vista la cittadina nel sud della Svezia è un vero e proprio banco di prova reale. Per capire come le città possono ridurre il consumo di acqua potabile, recuperare risorse ed energia. Senza sprechi.