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Natura

Il recupero di tigri, tonni e tartarughe ci insegna che è ancora possibile salvare la biodiversità

Ranthambhore National Park, Rajasthan, India (foto: Archna Singh/WWF)
Ranthambhore National Park, Rajasthan, India (foto: Archna Singh/WWF) 

Il nuovo report del WWF Living Planet mostra dati contrastanti: il declino di molte specie selvatiche continua, eppure ci sono tanti casi di recupero grazie alle politiche di conservazione. "Per il futuro del Pianeta, ora, siamo davanti a un bivio"

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“Si può fare”. Non è solo il grido - alla Frankenstein Junior - esclamato da chi fa resuscitare i mostri, ma è anche il mantra che oggi i conservazionisti comunicano al mondo: ridare vita alle specie, ripristinare intere comunità animali e vegetali, è possibile. Lo dimostrano i dati dell’ultimo rapporto Living Planet di WWF International: la biodiversità è ancora in forte declino, eppure ci sono casi di speranza importanti, come il recupero delle tigri, del tonno rosso, delle tartarughe verdi. Insomma, “possiamo davvero invertire la rotta” dicono gli scienziati.

Prendiamo ad esempio le tigri selvatiche: quindici anni fa in tutto il mondo erano rimaste appena 3.200 tigri selvatiche, la specie era sull'orlo dell’estinzione. Si è investito, si è protetto, sono state create aree e corridoi: oggi la popolazione è cresciuta fino a circa 5.700 esemplari, con un aumento di oltre il 70%.

È la prova che “la scienza della speranza”, con le giuste dinamiche, “funziona” sostiene Becci May, responsabile del programma tigri del WWF. Vale per i felini così come per le popolazioni del tonno rosso Atlantico e Pacifico, che si stanno riprendendo e non sono più considerate a rischio dopo decenni di pesca intensiva. Vale per le tartarughe verdi: la prima specie declassata da “in pericolo” a “rischio minimo” nella lista rossa IUCN lo scorso anno, dopo 50 anni di impegni di conservazione in 80 paesi.

Tutto ciò è possibile a patto che si rivedano però alcuni concetti, per esempio la produzione alimentare, che deve diventare “un punto di svolta” nella lotta alla conservazione della biodiversità. Per spiegare come, bisogna partire dai dati Living Planet che ci dicono che in 52 anni le popolazioni di specie selvatiche sono calate del 73%. Il motivo principale, secondo il Wwf, è legato al “sistema energetico, agroalimentare e finanziario che sono i principali driver della perdita di natura, anche se le evidenze indicano che possono essere trasformati attraverso l'innesco di punti di svolta positivi”.

Elaborato dalla Zoological Society of London (ZSL), il rapporto prende in considerazione 35.803 trend di popolazione relativi a 5.790 specie di vertebrati dal 1970 al 2022. Gli ecosistemi che stanno peggio sono quelli d'acqua dolce (-85%), seguiti da quelli terrestri (-69%) e marini (-59%). Il declino è legato al sovrasfruttamento delle risorse (per questioni alimentari ad esempio), alla crisi del clima, all’inquinamento, alle specie invasive e alla diffusione di malattie.

Laddove però si interviene con politiche di conservazione e cambiamenti per esempio nella produzione alimentare - nonostante il trend complessivo resti negativo - si vedono i segnali di speranza, tanto che circa “la metà delle popolazioni incluse nel LPI è stabile o in aumento”.

Per esempio l’elefante africano di savana fino a poco tempo fa era considerato in pericolo, ma ora nell’Africa australe le popolazioni, stimate in circa 293.000 individui, “sono stabili e in alcune aree persino in crescita”. Perché? Perché c’è stata una gestione “comunitaria delle risorse naturali ed efficaci programmi antibracconaggio” ricorda il WWF.

Per Kirsten Schuijt, direttore generale del Wwf International, "mentre la biodiversità si impoverisce a una velocità allarmante, emergono anche ragioni concrete per guardare al futuro con speranza. Per consolidare questi risultati, la sola conservazione non basta: è necessario accelerare la trasformazione dei sistemi che causano la perdita di natura. I progressi già raggiunti dimostrano che il cambiamento è possibile e che insieme possiamo costruire un futuro più sostenibile e resiliente".

Tutto ciò non riguarda solo specie o animali lontani ed esotici, ma anche fauna e flora di casa nostra. Luciano di Tizio, presidente del Wwf Italia, ricorda per esempio come "i gravi trend di perdita di biodiversità non risparmiano purtroppo l’Italia, dove il 30% dei vertebrati e il 25% delle specie animali marine del Mediterraneo sono a rischio estinzione. Ma anche nel nostro Paese non mancano storie di successo, come quelle del lupo e del cervo sardo, che oggi mostrano incoraggianti segni di ripresa, ottenuti grazie a specifici interventi di conservazione attuati con rigore e perseveranza nel corso degli anni".

A livello globale, spiega il Wwf, la perdita di biodiversità rappresenta una minaccia all’economia dato che circa la metà del Pil mondiale – 58 trilioni di dollari nel 2023 – dipende dalla natura e dai suoi servizi ecosistemici. Per questo, spiegano gli autori del report, è ulteriormente importante disinnescare la "minaccia esistenziale per la stabilità economica, la sicurezza geopolitica e il benessere umano”.

Infine, particolare attenzione va data anche alle zone del globo in cui stiamo assistendo ai cali delle popolazioni animali, per esempio nelle regioni tropicali (nelle zone temperate settentrionali del mondo invece le tendenze sono più moderate).

Su tutte, America Latina e Caraibi, dove le popolazioni di fauna selvatica terrestre e d'acqua dolce sono diminuite in media del 95% tra il 1970 e il 2022 (80% in Africa e 23% in Europa e Asia centrale nello stesso periodo).

Come conclude Tanya Steele di WWF Uk, per alimentare la speranza e l’impegno nella conservazione, oggi dunque “ci troviamo a un bivio: o continuiamo a pagare il prezzo crescente della perdita di biodiversità, oppure investiamo nel recupero della natura e in un futuro in cui persone e fauna selvatica possano prosperare insieme”. A noi la scelta.