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Crisi del clima

I danni del ciclone Harry aumentati a causa del riscaldamento globale

I danni del ciclone Harry aumentati a causa del riscaldamento globale

Secondo i ricercatori il 9% dei danni economici delle tempeste che sconvolsero Calabria e Sicilia sono attribuibili al cambiamento climatico. E il ponte sullo stretto...

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Ricordate il Ciclone Harry? Tra il 16 e il 23 gennaio 2026 si abbatté sul Mediterraneo occidentale, causando danni soprattutto in Sicilia e Calabria: le stime iniziali parlarono di costi per oltre due miliardi. E fin dalle prime ore ci si chiese se la forza straordinaria dei venti e delle mareggiate avesse a che fare con la crisi climatica. Ora c’è la risposta: "circa il 9% dei potenziali danni economici causati dal vento di Harry è direttamente attribuibile all’impatto del cambiamento climatico", secondo uno studio appena pubblicato, realizzato dai ricercatori dell’Istituto nazionale di geofisica e vulcanologia (Ingv) e del Cnrs francese. E le cui conclusioni potrebbero avere ripercussioni anche per il Ponte sullo Stretto di Messina.

“Siamo andati a confrontare eventi simili ad Harry nel passato e nel più recente presente”, spiega Tommaso Alberti, ricercatore dell’Ingv. “Abbiamo considerato l’intervallo 1950-1987, periodo meno influenzato dal cambiamento climatico, e quello dal 1988 al 2025. Abbiamo trovato che effettivamente Harry è stato un evento eccezionale, sia rispetto al lontano passato che a periodi più recenti”. A fare la differenza soprattutto la temperatura: “Nell’epoca attuale”, continua Alberti, “un evento come Harry si sviluppa in presenza di una temperatura media del Bacino Mediterraneo più alta di 2 gradi rispetto a epoche precedenti. E sappiamo che più calore vuol dire più energia e più umidità nell’aria. Questo intensifica non solo la pressione del ciclone, ma anche i suoi venti. E infatti la maggior anomalia osservata in occasione di Harry è stata proprio la velocità dei venti: 6 chilometri orari in più, con punte di 8-10 chilometri orari in più”. Venti più forti significano mareggiate più potenti sulle coste. “Le onde da 9-10 metri che hanno cancellato spiagge e linee ferroviarie sono state uniche nel loro genere”, conferma il ricercatore.

Per calcolare l’impatto economico gli studiosi hanno incrociato i dati climatici con la distribuzione della popolazione sul territorio interessato (complessivamente quasi tre milioni di persone) e il relativo Prodotto interno lordo. “Considerando le aree dove si è registrato un aumento della intensità del vento, quindi, nella zona della Sicilia orientale, piuttosto che dello stretto di Messina, abbiamo concluso che il cambiamento climatico ha contribuito per il 9% ai danni. Vuol dire che se il costo complessivo fosse di un miliardo di euro, 90 milioni non li avremmo se non ci fosse stato il riscaldamento globale”.

Harry potrebbe essere stato un evento, appunto, “unico”, che non è detto che si ripeta. “Non abbiamo certezze sul futuro, ma la sua intensità eccezionale è certamente legata alle temperature più alte che in passato”, dice Alberti. “Ci possiamo ragionevolmente aspettare, vista la tendenza al riscaldamento, che in quell’area del Mediterraneo ci saranno eventi simili e saranno certamente più intensi. Questo vuol dire che dobbiamo essere molto più preparati, perché abbiamo popolazioni costiere esposte, l'erosione costiera che minaccia il turismo e le linee ferroviarie”. E il ponte sullo Stretto? “Conosco bene il problema perché ho fatto parte della Commissione dei lavori pubblici per la revisione del progetto”, risponde lo scienziato. “Sullo Stretto ci saranno venti più intesi che in passato. Il che non significa che il ponte non sarà sicuro che infrastruttura ingegneristica, ma potrà succedere che si dovrà chiudere sia alla circolazione ferroviaria che stradale per raffiche che potrebbero mettere a rischio la sicurezza dei viaggiatori”.