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Messico, nelle scuole del deserto la polvere delle miniere entra in classe

Messico, nelle scuole del deserto la polvere delle miniere entra in classe

Uno studio internazionale con la ricercatrice italiana Camilla Della Torre ha analizzato 38 scuole di Calama, nel cuore minerario del Cile. Rame, arsenico e piombo arrivano fin dentro le aule. Un caso che riapre il tema della giustizia ambientale mentre l’Europa accelera sulla corsa alle materie prime critiche

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Per capire quanto costa davvero l’estrazione mineraria basta, qualche volta, entrare in una scuola. Nel deserto di Atacama, in Cile, il suo segno si deposita sui banchi, sui davanzali, sulle librerie. È polvere, apparentemente identica a quella che il vento solleva ogni giorno attorno a Calama, città cresciuta accanto a Chuquicamata, uno dei più grandi complessi mondiali per l’estrazione del rame. Ma dentro quella polvere i ricercatori hanno trovato rame, arsenico, piombo e molibdeno in concentrazioni capaci di raccontare molto più di ciò che accade fuori dalle finestre. A documentarlo è lo studio The extractive classroom: indoor school environments as reservoirs of mining legacy, pubblicato su Environment International e realizzato da un gruppo internazionale di ricercatori. Tra gli italiani figurano Camilla Della Torre, Lara Nigro, Luca Del Giacco e Alberto Diana, dell’Università Statale di Milano.Ed è proprio qui che il caso di Calama acquista un significato che va oltre il Cile.

Il rame è infatti uno dei metalli centrali dell’elettrificazione: reti elettriche, impianti rinnovabili, veicoli elettrici e molte delle infrastrutture legate alla decarbonizzazione ne richiederanno quantità crescenti. Lo stesso studio parte da questa premessa: la transizione energetica globale sta accelerando la domanda di rame e di altri minerali, con il rischio di estendere ulteriormente le attività estrattive su larga scala nei Paesi del Sud globale. "La transizione energetica sta aumentando la domanda mondiale di rame e di altri minerali necessari alle nuove tecnologie energetiche”, spiega Della Torre, richiamando uno dei punti di partenza della ricerca. “Il problema è capire se questa crescita della domanda possa tradursi nell’espansione di attività minerarie già molto intensive in territori che ne sopportano da decenni gli impatti ambientali”.

I ricercatori hanno raccolto campioni di polvere all’interno e all’esterno di 38 scuole di Calama, città sottovento rispetto al distretto minerario di Chuquicamata. Le analisi hanno combinato dati elementari, isotopici e mineralogici con misure del potenziale ossidativo e test su embrioni di zebrafish.

I numeri sono eloquenti. Le concentrazioni rilevate nelle aule seguono molto da vicino quelle misurate all’esterno. Rame, arsenico, piombo e molibdeno superano il fondo naturale regionale anche di un ordine di grandezza, mentre per arsenico e piombo l’attenuazione tra esterno e interno risulta minima. "Uno degli aspetti che volevamo verificare era proprio l’idea secondo cui gli edifici funzionino come una barriera rispetto alla contaminazione esterna", osserva Della Torre. “I risultati mostrano invece che, in un paesaggio minerario così intensivo, le concentrazioni indoor seguono molto da vicino quelle esterne”. È forse il dato più controintuitivo dello studio. L’aula, che istintivamente immaginiamo come uno spazio protetto, non interrompe del tutto il rapporto con l’ambiente circostante. Le particelle entrano, si depositano, vengono nuovamente sollevate e possono permanere a lungo sulle superfici. Le analisi mineralogiche e isotopiche permettono inoltre di restringere il campo delle possibili sorgenti. La polvere non appare riconducibile principalmente alle emissioni recenti dei veicoli o ai processi di combustione urbana.

"Le evidenze mineralogiche e isotopiche indicano un legame con l’industria mineraria”, sintetizza Della Torre. “Abbiamo osservato inoltre un arricchimento di particelle ossidate di origine estrattiva”. È questo il punto che dà senso all’espressione scelta dagli autori: extractive classroom. La classe non è soltanto vicina alla miniera. Può diventare fisicamente parte del paesaggio estrattivo, un luogo nel quale le tracce della lavorazione mineraria entrano, si accumulano e restano. Gli stessi autori concludono che gli ambienti indoor nelle aree minerarie intensive possono essere “fisicamente integrati“ nel contesto estrattivo circostante. Il punto è particolarmente delicato perché riguarda i bambini. Nei test condotti sugli embrioni di zebrafish, gli estratti della polvere hanno prodotto un aumento della frequenza cardiaca in condizioni subletali. È un risultato che non può essere trasposto direttamente sull’uomo, ma che indica una attività biologica della miscela analizzata e suggerisce la necessità di approfondire il rischio.

“Non possiamo tradurre automaticamente i risultati ottenuti sullo zebrafish in un effetto sanitario sui bambini“, precisa Della Torre. “Ma il dato ci dice che questa polvere non è una presenza inerte e che gli ambienti scolastici devono entrare a pieno titolo nelle valutazioni ambientali“. Ed è qui che la ricerca cambia scala. Non parla più soltanto di Calama, ma di giustizia ambientale. Se i benefici della decarbonizzazione vengono distribuiti su scala globale, i costi materiali dell’estrazione restano spesso concentrati nei territori che producono le risorse necessarie. Non a caso lo studio conclude chiedendo che gli ambienti indoor, comprese le scuole, siano inclusi nel monitoraggio ambientale ordinario, nella pianificazione della chiusura delle miniere e nelle politiche per una just transition. “Se vogliamo parlare davvero di transizione giusta, dobbiamo considerare anche ciò che accade nei luoghi dove i minerali vengono estratti“, è la chiave che emerge dal lavoro di Della Torre e degli altri autori. Non basta misurare le emissioni evitate a valle: bisogna guardare anche a ciò che la nuova domanda di materie prime lascia a monte.

Lo stesso interrogativo è al centro del rapporto Sacrifice Zones for Sustainability? Green Extractivism and the Struggle for a Just Transition dell’European Environmental Bureau e di CATAPA, che analizza il rovescio materiale della transizione europea: nuovi progetti minerari, conflitti sull’acqua e sul territorio, comunità locali chiamate a sostenere una parte crescente del costo della decarbonizzazione. Una questione che diventa sempre meno lontana anche per l’Europa. Il Critical Raw Materials Act punta ad aumentare entro il 2030 l’estrazione, la trasformazione e il riciclaggio delle materie prime strategiche all’interno dell’Unione. La transizione, insomma, non elimina l’estrazione: la rende ancora più centrale. Ed è proprio qui che Atacama smette di essere soltanto un caso lontano. La domanda non è se la transizione avrà bisogno di rame, litio, nichel o terre rare: ne avrà. La domanda è dove li estrarremo, quanto ne consumeremo e chi sopporterà il costo ambientale di quella scelta. Perché prima di diventare una batteria, una rete elettrica o una tecnologia “verde”, ogni minerale ha già attraversato un territorio. E spesso ha già lasciato qualcosa dietro di sé.