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Il commento

La casa come grande questione di sostenibilità economica e ambientale

La protesta degli studenti per la casa a Milano
La protesta degli studenti per la casa a Milano 

Le abitazioni non sono poche ma vuote, vecchie e inquinanti. Tre idee per una strategia

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Troppe, vuote, vecchie, inquinanti. Eppure, costano troppo. Proprio come le automobili che sono il prodotto di un’industria europea, ormai fuori mercato. Sulla questione delle case divampa una delle battaglie politiche che sembrano destinate a definire il futuro incerto dell’Europa e dell’Italia. E delle prossime elezioni politiche (di sicuro, quelle che Pedro Sanchez si gioca tra qualche settimana in Spagna). Quella delle case è, peraltro, una delle poche questioni sulle quali la Sinistra ha un vantaggio e, persino, la possibilità riportare al voto i giovani. È una questione, del resto, sia di sostenibilità economica che ambientale come dice un paper che verrà presentato alla conferenza di Venezia sulla sostenibilità del prossimo fine settimana mette in fila, alcuni numeri che disegnano quello che è un vero paradosso. E tre idee per una strategia.

C’è, innanzitutto, da dire con forza che le case non mancano. Per 58 milioni di abitanti (erano 60 dieci anni fa e continuano a diminuire), l’Agenzia delle Entrate censisce 36 milioni di abitazioni. Se però a ciò si aggiungono i negozi, gli uffici e i capannoni, sono 67 milioni gli immobili ai quali è attribuita una rendita catastale. Gli italiani, peraltro, sono tra i primi proprietari di casa in Europa: il 76% possiede quella dove abita (in Germania siamo al 47%, in Francia al 61%). Questo ingente patrimonio immobiliare contribuisce, peraltro, a circa un quarto delle emissioni di anidride carbonica: secondo l’OECD, quasi 100 milioni di tonnellate all’anno. Molto di più inquinante è costruire una casa nuova: quasi venti volte al metro quadro rispetto al riscaldamento e all’illuminazione di una esistente. Sorprende allora come i fitti siano – secondo le agenzie immobiliari – aumentati del 50% negli ultimi dieci anni: un aumento cinque volte maggiore di quello dei salari nominali. Milano è il caso più estremo: sono necessari 1150 euro (“solo” 900 a Roma) per un appartamento di 50 mq che è più della metà dello stipendio medio netto mensile percepito in città. È un aumento che sfida la logica, perché nello stesso periodo di tempo è raddoppiato il numero di “notti tropicali” (quelle caratterizzate da una temperatura che non scende mai sotto i 20 gradi, sopra i quali per i medici non c’è “sono ristorativo”); ma anche perché a Milano ci sono 850 mila abitazioni per 1,3 milioni di residenti, e più di 100 mila appartamenti vuoti.

Infine, il terzo dato. Non mancano le case, ma sono, appunto, vecchie e inquinanti. Secondo l’ISTAT, solo il 10% delle abitazioni è stato costruito negli ultimi 25 anni. Il 66% delle abitazioni, poi, è fuori dalle classi energetiche nelle quali, secondo la direttiva europea, dovrebbero essere tutte le case a partire dal 2033. E a nulla sembrano essere serviti centinaia di miliardi spesi per politiche come quella del famoso bonus del 110%. Rispetto a questi dati le strategie possibili sono tre. Che devono partire dalla constatazione che la crisi non può essere risolta - soprattutto o solo - costruendo case nuove.

In primo luogo: nelle città, va diminuito il numero di case che sono attualmente non abitate e ne va aumentata l’efficienza energetica. Per ridurre i fitti e le bollette. La leva fiscale può essere decisiva e, tuttavia, vanno responsabilizzati i Comuni per decidere strategie che non possono essere uguali per territori tra di loro così diversi. Ma fondamentale è rendere meno complicato il rapporto tra due interessi contrapposti – inquilini e proprietari – che condividono un bene al quale si legano aspettative persino affettive. Va incoraggiata la crescita di agenzie immobiliari che – con l’aiuto degli istituti di credito – facciano mediazione e garantiscano gli obblighi reciproci. C’è poi, in secondo luogo, da modernizzare l’offerta (non solo di abitazioni, ma anche quella – altrettanto enorme - di negozi, caserme e uffici abbandonati). Il ministero dell’Economia con l’INVIMIT sta lavorando alla valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico. Differenziare gli strumenti per segmento – studenti, dipendenti pubblici che rischiano di essere espulsi dalle grandi città, spazi da offrire a impianti sportivi – può generare strategie più focalizzate.

Infine, c’è la grande leva della ridistribuzione della popolazione. Quelle che con un termine non felice sono definite “aree interne” possono avere una grande possibilità: attrarre famiglie che preferiscono una migliore qualità della vita. Quello che retoricamente viene chiamato “diritto a restare” può diventare un vero progetto imprenditoriale. È una questione non solo di accessibilità economica. Ma di bollette e di sostenibilità. Tutti valori fondamentali per le generazioni più giovani. I soldi, se solo riuscissimo ad avere una visione, non sarebbero un problema (i fondi internazionali e le nuove politiche di coesione europee sono alla ricerca di opportunità concrete). Abbiamo, però, bisogno di una strategia. Anzi, di una strategia diversa per ciascuna delle cento città che definiscono l’Italia.