Una scintilla nel deserto: per ora piccola, in confronto alla marea nera, ma significativa per il futuro. Da sempre associamo l’Arabia Saudita al petrolio e alle fonti fossili: è vero, il ricco stato sovrano va ancora principalmente a gas (62%) e greggio (37%) ma c’è un interessante 1% - quello del mix di energie rinnovabili - che potrebbe crescere esponenzialmente nei prossimi cinque anni. Per il 2030 l’Arabia Saudita punta infatti a produrre il 50% della sua elettricità da fonti rinnovabili, principalmente attraverso il solare. Già qualche anno fa, alla COP28 sul clima di Dubai, Riad tra annunci e padiglioni aveva fatto la voce grossa: conscio di essere un Petrostato, il Paese che ha sempre fatto opposizione all’uscita e al graduale abbandono delle fonti fossili che alimentano la crisi climatica ha cambiato passo e attraverso il programma Vision 2030 ha promesso un futuro a trazione rinnovabile.
Con i suoi deserti infiniti e le risorse finanziarie accumulate grazie ad anni di barili, il Paese sta infatti ampliando la propria capacità di energia rinnovabile e mira a raggiungere i 130 Gigawatt (GW) al 2030 di cui circa 60 provenienti dall’energia solare e 40 dall’energia eolica, oltre ad altre fonti più piccole. L’obiettivo è ambizioso: nel 2025 il regno ha collegato alla rete nazionale 12,3 GW di progetti rinnovabili, per lo più fotovoltaico. Potrebbe sembrare poco rispetto al traguardo finale, ma è più del doppio rispetto all’anno precedente. Fiori all’occhiello sono il parco solare di Al-Shuaibah oppure quello eolico di Dumat al-Jandal che punta a fornire energia pulita a 70.000 famiglie risparmiando 1 milione di tonnellate di CO2 ogni anno. Grazie agli ultimi progetti, che crescono senza sosta, quest’anno l’Arabia Saudita si sta così avvicinando a una capacità totale di impianti di energia pulita di 64 GW.
L’altra grande sfida è ampliare la capacità di accumulo energetico: per questo sono in corso vari progetti di storage a batteria che possano garantire capacità totale di 30 GW. Sia l’accumulo sia l’idrogeno verde, tecnologie in cui credono i sauditi, richiederanno milioni di dollari di investimenti molti dei quali attualmente derivano proprio dai combustibili fossili. Per il domani però l’Arabia Saudita ha un piano: esportare energia pulita puntando ad esempio sull’idrogeno verde, come con il progetto NEOM che, grazie a turbine e pannelli, lo produce e lo converte in ammoniaca destinata all’export. L’altro sforzo, interno, è legato infine all’uso delle rinnovabili per la desalinizzazione dell’acqua. A tutto ciò si affiancano obiettivi simbolici verdi, come l’idea di piantare 1 milione di alberi per contrastare le ondate di calore che portano le temperature oltre i 50 gradi. Fino a 8 anni fa, questo slancio green sembrava impossibile: oggi però il Programma Nazionale per le Energie Rinnovabili continua a crescere. I rischi però, sono sempre in agguato: tensioni geopolitiche, dipendenza dei materiali per la transizione (dalla Cina) e intensificazione dei fenomeni meteo (come il deposito di sabbia e polveri sui pannelli solari), sono sfide costanti da dover affrontare.