Lo scenario geopolitico, il raffreddamento della finanza Esg e l’evoluzione della regolamentazione europea mettono davvero in discussione la transizione sostenibile? Oppure è proprio in questo contesto che la sostenibilità si pone ulteriormente come opportunità di competitività, sviluppo e innovazione? Il bivio della sostenibilità tra rilancio ulteriore e pausa di riflessione, se non addirittura passo indietro, è stato il filo rosso del think tank organizzato da Green&Blue in collaborazione con Sustainability Makers, andato in scena nell’ambito del Green&Blue Festival 2025.
G&B, l'ex ministro Giovannini al Think Tank dialoga con le aziende sul futuro della sostenibilità
L’interrogativo che ha animato il confronto tra gli esperti e i rappresentanti del mondo dell’economia, delle imprese, delle istituzioni e della sostenibilità è un interrogativo complesso, innanzitutto per lo scenario di riferimento. Dalla retromarcia degli Stati Uniti all’avvento della direttiva Omnibus, la transizione sostenibile sembra aver registrato alcuni segnali di frenata. Ma è davvero così? E soprattutto, alle aziende ai governi conviene spingere sul freno anziché sull’acceleratore?
Secondo l’ultimo rapporto di primavere della Fondazione per lo sviluppo sostenibile (ASviS), che ha accompagnato la discussione del think thank, sei Obiettivi di sviluppo sostenibile su diciassette registrano in Italia un peggioramento rispetto al 2010. Per 22 su 37 target quantitativi non si intravede oggi la possibilità di raggiungimento entro il 2030. L’Italia, inoltre, resta tra i pochi Paesi europei a non aver pienamente integrato l’Agenda 2030 nei propri strumenti di pianificazione nazionale.
Eppure, rileva il rapporto, le imprese che hanno investito in sostenibilità mostrano una crescita della produttività fino al 17% nel triennio successivo, confermando che la transizione ecologica è anche un’opportunità di sviluppo. Non a caso, dal confronto è emersa l’urgenza di andare oltre la retorica dell’adeguamento normativo e rileggere la regolazione come cornice abilitante, non come ostacolo. Molte aziende faticano ancora a interpretare gli strumenti europei come leve strategiche, anche a causa di un quadro frammentato e in continua evoluzione.
Chi riesce a integrare questi strumenti nei processi decisionali e produttivi, oggi si trova in una posizione più competitiva. Un passaggio chiave è stato dedicato al concetto di “soglia di svolta”. Come ha ricordato in apertura di think thank Enrico Giovannini, economista, co-fondatore e direttore scientifico ASviS, diversi studi internazionali mostrano come sia sufficiente il cambiamento convinto di una minoranza attiva – tra il 20 e il 30% di un sistema – per innescare una trasformazione di portata sistemica. Il momento attuale, con le sue oscillazioni e resistenze, potrebbe rappresentare proprio quella fase critica che precede un cambio di paradigma.
Il think tank ha anche acceso i riflettori su un’altra criticità trasversale: la sostenibilità come competenza non ancora diffusa. All’interno delle organizzazioni, manca spesso un linguaggio comune tra chi progetta, chi comunica, chi investe e chi misura. Le funzioni di sostenibilità rischiano di restare isolate se non vengono supportate da una cultura d’impresa capace di interpretare la complessità. “La sostenibilità è oggi uno dei fattori che abbatte il rischio d’impresa, migliorando la reputazione, la trasparenza e la solidità operativa - ha sottolineato Davide Tassi, consigliere di Sustainability Makers e head of Sustainability di Enav - La mancata comprensione di questa dinamica da parte di alcuni manager resta uno degli ostacoli più sottovalutati alla transizione”.
Da qui la necessità di un’alleanza nuova: tra pubblico e privato, tra business e territorio. E ancora tra generazioni. Il messaggio condiviso dagli ospiti è netto: la transizione sostenibile non può più essere demandata solo ai tecnici o alle dichiarazioni di principio. Serve una regia che tenga insieme governance, visione industriale e innovazione. Perché il bivio non è tra sostenibilità sì o no, ma tra sostenibilità trasformativa e sostenibilità ridotta a formalismo. Lungi dal dover essere un optional reputazionale o un esercizio normativo, la transizione sostenibile deve essere considerata un’infrastruttura strategica. E come tale presidiata, sviluppata e messa al centro delle scelte collettive.