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“Materie prime, non si getta via niente: abbiamo il dovere etico di riciclare”

“Materie prime, non si getta via niente: abbiamo il dovere etico di riciclare”

Nel suo saggio “Materie prime che muovono il mondo”, il chimico Elio Giamello - che sarà ospite del G&B Festival il 4 giugno - racconta l’impatto dell’essere umano sulle risorse del pianeta, da gestire con etica e parsimonia

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Il 19 maggio 1991, scendendo dal Giogo Tisa sulle Alpi Venoste, a oltre tremila metri di quota, i coniugi tedeschi Erika e Helmut Simon fecero una scoperta destinata a segnare la storia dell’archeologia e della paleoantropologia. Parzialmente nascosto dal ghiaccio stava il corpo mummificato di un uomo vissuto oltre cinquemila anni fa: Ötzi, l’Uomo del Similaun, pelle e occhi scuri e quasi del tutto calvo, che portava con sé un oggetto che attirò subito l’attenzione degli studiosi. Si trattava di un’ascia dalla lama trapezoidale composta al 99,7% da rame puro, con tracce di impurità che ne indicavano una provenienza dalle colline metallifere della Toscana meridionale. È con questa storia che si apre Materie prime che muovono il mondo. Rare, critiche, contese (Il Mulino, 2026), saggio del chimico Elio Giamello, professore emerito all’Università di Torino e ospite del Festival di Green&Blue 2026 (a Milano, dal 4 al 6 giugno): un antichissimo caso di metallurgia estrattiva praticata dal genere umano che segna l’inizio della transizione verso l’utilizzo intensivo delle risorse del sottosuolo, che è tuttora in corso e che, cinque millenni dopo l’ascia di Ötzi, deve fare i conti con la presa di coscienza dei limiti fisici del nostro pianeta, con i delicatissimi equilibri geopolitici legati al possesso di queste risorse e con le conseguenze etiche e sociali del loro sfruttamento.

Elio Giamello, chimico e professore emerito all’Università di Torino, sarà ospite Festival di Green&Blue 2026, a Milano 4-6 giugno
Elio Giamello, chimico e professore emerito all’Università di Torino, sarà ospite Festival di Green&Blue 2026, a Milano 4-6 giugno 

Il “peso” dell’Antropocene

La relazione tra la “quantità di esseri umani” e la materia estratta dalla Terra ha raggiunto oggi, effettivamente, un punto critico: intorno al 2020 la massa antropogenica, ovvero l’insieme dei manufatti di origine umana, tra cui cemento, metalli, asfalto e plastiche, ha superato per la prima volta la biomassa totale del pianeta, pari, secondo uno studio pubblicato su Nature, a circa 1.100 miliardi di tonnellate. “Si tratta di un dato impressionante”, ci racconta Giamello, “e soprattutto è impressionante quanto velocemente sia aumentato negli ultimi anni: a partire dalla metà del secolo scorso, è cresciuto con un fattore moltiplicativo di un ordine di grandezza. E questa impennata si accompagna ad altrettanti aumenti in diversi indicatori di sviluppo, dal Pil ai consumi energetici”.

È l’effetto quantitativo visibile della cosiddetta Grande Accelerazione, fenomeno che per molti scienziati fissa l’inizio formale del famigerato Antropocene, l’epoca geologica in cui l’essere umano è la principale forza di cambiamento degli equilibri terrestri. L’accelerazione, però, non può essere infinita: di fronte a questa frenetica attività di estrazione, modificazione e sfruttamento sta infatti il “muro” della finitezza delle risorse. “Il problema è che noi viviamo in un sistema finito. Le risorse non rinnovabili sono strutturalmente destinate all’esaurimento”, prosegue Giamello, “e la questione più importante riguarda come fare in modo che l’“abbuffamento” di queste generazioni non mettano in crisi la disponibilità per quelle che verranno dopo”.

La lezione del petrolio e il picco di Hubbert

Impossibile non pensare, anche data l’attuale congiuntura geopolitica, ai combustibili fossili, la cui “storia” offre una chiave di lettura applicabile anche ai metalli necessari per la transizione energetica e digitale. Racconta Giamello che negli anni Cinquanta il geologo statunitense Marion King Hubbert formulò la celebre teoria del “picco del petrolio”, un modello matematico in grado di descrivere la traiettoria di estrazione di una risorsa non rinnovabile e finita: una rapida fase espansiva, il raggiungimento di un picco produttivo e l’inevitabile declino legato all’impoverimento dei giacimenti (e inoltre, en passant, lo scoppio di qualche conflitto per accaparrarsi la risorsa in oggetto).

La copertina di "Materie prime che muovono il mondo. Rare, critiche, contese" di Elio Giamello (Il Mulino, 2026)
La copertina di "Materie prime che muovono il mondo. Rare, critiche, contese" di Elio Giamello (Il Mulino, 2026) 

Ma attenzione: “Non bisogna interpretare tutto questo come ‘ci sono tot tonnellate di questa risorsa, ne consumiamo tot all’anno e quindi nell’anno tot questa risorsa finirà’. Il quadro è molto più complesso di così”, sottolinea Giamello. “Perché ci sono altri meccanismi nel mezzo: ritardi nella produzione, ritardi nell’assestamento tra domanda e offerta, difficoltà di produzione di quantitativi di materiali necessari”, e così via. E questa complessità vale anche per altri elementi legati all’espansione del digitale e allo sfruttamento delle rinnovabili, come litio, cobalto, indio, rame, terre rare. “Con la crescita della domanda, siamo al punto in cui ormai ci serve tutta la tavola periodica. Non voglio essere catastrofista, ma è chiaro che si tratta di un problema abbastanza urgente”.

Minerali insanguinati

La criticità di una materia prima, riflette Giamello, non dipende esclusivamente dalla sua scarsità geologica all’interno della crosta terrestre, ma è determinata (anche) da fattori economici, tensioni internazionali, dinamiche sociali: esistono per esempio elementi molto diffusi in natura, ma che diventano inaccessibili a causa di monopoli commerciali molto rigidi (è il caso delle terre rare, la cui raffinazione è quasi interamente controllata dalla Cina) o perché estratti in zone di guerra. “Pensiamo al tantalio, ricavato dal coltan”, racconta lo scienziato.

“Pur essendo richiesto in quantità relativamente modeste, è insostituibile per la costruzione dei microcondensatori, e i suoi giacimenti si concentrano in larga parte nel Kivu, regione orientale della Repubblica Democratica del Congo. La corsa all’estrazione di questo minerale ha alimentato uno dei conflitti più sanguinosi a livello planetario del secondo dopoguerra: l’estrazione clandestina, che spesso avviene in miniere dove lavorano i bambini, ha causato guerre civili violentissime, e diverse grandi aziende si sono servite di questi mercati senza farsi troppe domande sulla provenienza dei materiali”.

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“Non si getta via niente”

Di fronte a tutto questo – distorsioni geopolitiche, esaurimento dei giacimenti e, naturalmente, inquinamento ambientale – è il caso di cambiare passo: una possibile strategia potrebbe essere il consolidamento delle “miniere urbane”, ovvero il recupero sistematico di metalli preziosi e critici estratti dai rifiuti di apparecchiature elettriche ed elettroniche dismesse (i cosiddetti Raee o e-waste). “L’estrazione urbana non può essere considerata una valida alternativa all’estrazione tradizionale. Deve esserlo. In molti casi è obbligatorio. D’ora in avanti, la parola d’ordine deve essere non si getta via niente. Abbiamo il dovere etico di usare con intelligenza e parsimonia tutte queste risorse”.