Co-fondatore di Wråd, un’azienda di design attiva nel campo dell’innovazione sostenibile, è membro di Fashion Revolution Italy. Suo il libro Fuorimoda! Storie e proposte per restituire valore a ciò che indossiamo (De Agostini, 2024) Matteo Ward, Ceo di WRÅD & Inside Out Fashion, Textiles & Home, racconta l’impatto dell’industria della moda a cui ha dedicato “Junk-Armadi pieni” una docuserie che fa luce sugli aspetti meno visibili dei grandi brand. Oggi i suoi progetti riguardano l’impatto della fast fashion sia sulla salute dei consumatori sia di chi la produce. Lo ha raccontato al Festival di Green&Blue 2026.
Matteo Ward: moda insostenibile e salute mentale
Ma cosa significa concretamente moda etica?
“Progettare vestiti considerando l’impatto a livello sistemico: sulla nostra salute fisica e mentale, sulle persone che producono quei capi, sulle risorse naturali impiegate per realizzarli. Non si tratta solo di mitigare l’impatto ambientale o massimizzare il valore sociale lungo la filiera garantendo equa redistribuzione della ricchezza, ma ridefinire il rapporto tra ciò che indossiamo e il nostro corpo. La pelle è il nostro organo più esteso eppure, per anni, abbiamo progettato vestiti senza chiederci come materiali, tinture o processi industriali potessero interagire con il nostro benessere. Ed è assurdo. Sarebbe come permettere a un architetto di costruirci una casa usando materiali potenzialmente dannosi. Un prodotto etico genera valore e non lascia una scia invisibile di malattia, sfruttamento e inquinamento. È una progettualità che riconosce l’interdipendenza tra persona e Natura, capace di immaginare un equilibrio nuovo per l’industria tessile e per il modo di abitare il mondo”.
Quali sono le pratiche di greenwashing più diffuse che i consumatori dovrebbero conoscere?
“Farci credere che basti migliorare un singolo aspetto di un prodotto per poterlo definire sostenibile. La realtà è più complessa. Un vestito non diventa automaticamente responsabile perché contiene una fibra riciclata o ha ridotto del 20% il consumo energetico nella produzione. Bisogna chiedersi: quale impatto ha sulla salute di chi lo indossa e lo produce? Da dove arrivano i materiali? In quali condizioni è stato prodotto? Quanto durerà? Un esempio è poliestere riciclato da bottiglie di plastica. Per anni è stato raccontato come una soluzione quasi miracolosa, poi ci siamo resi conto che quei materiali continuano a rilasciare microplastiche, difficili da riciclare nuovamente, e che non rappresentano un beneficio sistemico reale. Uso spesso una provocazione per spiegare questo paradosso: se tagliassi della plastica in piccoli pezzi e ve la mettessi nei cereali la mattina, la mangereste? Eppure, quella stessa plastica la trasformiamo in abiti che usiamo come primo strato a contatto con la pelle. Durante l’attività sportiva per esempio, proprio nel momento in cui il corpo è più vulnerabile, perché aumentano sudorazione, assorbimento e sensibilità cutanea. Eppure, continuiamo a chiamarli prodotti sostenibili, senza interrogarci sul loro rapporto con la salute umana”.
Quanto conta oggi il comportamento del consumatore?
"Conta, ma non possiamo continuare a scaricare tutta la responsabilità sulla persona, soprattutto nel momento in cui il modo in cui ci rapportiamo con l’abbigliamento è il risultato di centinaia di anni di manipolazione da parte dell’industria e della pubblicità. Nel mondo occidentale abbiamo disegnato, a partire dal Seicento, un sistema fondato sulla sovrapproduzione e sul sovraconsumo. Un sistema che, a ritmi e latitudini diverse nel corso dei secoli, ha normalizzato l’estrazione ad ogni costo, lo sfruttamento sociale e la manipolazione psicologica della società (altresì detta ‘mercato’). Incontro ogni settimana persone e ragazzi che, per un motivo o per l’altro, manifestano la volontà di ridurre i consumi e comprare “meglio”, ma ammettono di essere dipendenti dallo swipe e dall’acquisto. In questo caso conta di più la responsabilità della persona o di chi il problema l’ha creato?”
Ci sono Brand o startup davvero innovative?
“Guardo con interesse progetti come Sheep Inc. (@sheepinc) perché stanno rendendo la tracciabilità qualcosa di coinvolgente e divertente, non un semplice esercizio di compliance. Ogni maglione è collegato (attraverso un’esperienza gamificata tipo Tinder) alla pecora in Nuova Zelanda da cui proviene la lana! Trasformano la trasparenza in relazione emotiva e narrativa. Mi affascina anche il lavoro di designer come Yitong Tseo (@yiiiiiiitong), che coltiva accessori e capi attraverso innovativi bioreattori aeroponici da lui progettati (patent pending) con l’aiuto di batteri. È uno dei progetti che stiamo esplorando attraverso la collaborazione con il Mit. Yitong fa crescere nuovi materiali viventi, aprendo scenari inediti sul rapporto tra moda, biologia, salute e habitat.Interessante il lavoro di Francesco Matera con MATERIA (@materia_adapt): lavora sull’inclusività e la relazione tra corpo, identità e spazio, ricordandoci che gli abiti non sono solo oggetti estetici, ma strumenti con cui costruiamo il rapporto con il mondo. Forse la caratteristica che accomuna i progetti più innovativi è non cercare di ‘fare meno danni’, ma provare a immaginare nuovi modi di relazionarci ai materiali, al corpo, alla tecnologia e agli ecosistemi”.
Se potesse cambiare una sola regola dell’industria fashion, quale sarebbe?
“Prima di tutto, cambierei il modo in cui distribuiamo il valore lungo la filiera. La giustizia sociale non è separata dalla transizione ecologica: è la condizione perché possa compiersi davvero. Oggi, anche in Italia, la filiera, ovvero la base fondamentale e motore dell’industria della moda, è sotto stress: pochi margini e incentivi, troppe pressioni. Basta guardare ai segnali di crisi del settore manifatturiero della moda: nel 2024 le ore di cassa integrazione sono aumentate del 139,4% nel comparto pelli e calzature, 124,7% nell’abbigliamento e 74,6% nel tessile. E poi ripartirei dalla salute - fisica e psicologica - portandola al centro del modo in cui progettiamo, produciamo e regolamentiamo. Per anni abbiamo ignorato che ciò che indossiamo rappresenta un’interfaccia quotidiana tra il nostro corpo e il mondo. Il giorno in cui guarderemo un’etichetta tessile con l’attenzione con cui leggiamo gli ingredienti di un biscotto, credo che qualcosa si sarà finalmente rimesso in asse”.