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Porto Marghera, un futuro sospeso tra veleni e silenzio

Il vecchio petrolchimico di Porto Marghera
Il vecchio petrolchimico di Porto Marghera 

Nell’area dell’ex petrolchimico, spento meno di tre anni fa, sono stati “ripuliti” solo il 21% della superficie di terra e lo 0,1% della falda. Venezia aspetta da 28 anni una bonifica e la speranza di un lavoro senza rischiare la vita

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L’ultimo fuoco alto e visibile sulla raffineria, tra quelli che da quasi cento anni disegnavano lo skyline di Porto Marghera si è spento nel giugno 2023. Il giorno prima era stata annunciata la disattivazione della “torre di torcia” CB1 dell’impianto Altuglas. Quella fiaccola che bruciava gas era tutto ciò che restava del petrolchimico di Venezia, in realtà chiuso un anno prima quando gli stabilimenti sulla laguna hanno smesso definitivamente di produrre etilene e propilene, materie prime dirette ai poli chimici di Mantova, Ferrara, e Ravenna. Appena 400 operai rimasti a “spegnere” quel che restava della raffineria: ci vogliono mesi per disattivarla e metterla in sicurezza. E così è stato. Oggi è tutto spento, i cancelli chiusi, le sirene smontate, gli impianti per il cracking sembrano scheletri di balene adagiate tra terra e acqua, i grandi parcheggi, dove una volta si vedevano migliaia di auto, sono vuoti. Ci sono solo grattacieli di container, visto che la logistica per il porto è rimasta una delle poche attività ancora in vita, ma verso i moli e lungo il canale dei Petroli che porta in Adriatico c’è solo silenzio. Anche dove una volta c’erano la mensa e il dopolavoro teatro delle lotte sindacali, sono rimasti solo vecchi volantini.

Eppure Venezia è vicina

Da lontano nelle giornate limpide si vede perfino il campanile di San Marco. Ma qui sembra Chernobyl. Tutti sono andati via, operai e manager, impiegati e tecnici, in attesa di una riconversione green. Promessa, ma che tarda ad arrivare. Come una bonifica che si aspetta da 28 anni. Sembra incredibile, ma negli anni ‘60 a Porto Marghera ci lavoravano 32mila operai. Arrivavano da tutto il Veneto per non emigrare. Dal Polesine, dalla Riviera del Brenta, da Belluno, dal Sud. Uomini e donne attirati da quello che consideravano il progresso: un lavoro in fabbrica, una casa moderna, un’auto. Sapevano i rischi che correvano in un’industria che produceva materie prime per la plastica? Per decenni sono stati convinti di poterlo controllare quel rischio. Finché non sono avvenuti i primi incidenti, le prime vittime, i dati sull’inquinamento dell’aria e del suolo. Fino a scoprire che le acque che scorrevano sotto le loro case avevano i colori dell’arcobaleno. Cambia la mentalità, cambiano le norme ed arriva la consapevolezza di vivere in una terra contaminata, malata.

Un progresso pagato a caro prezzo

Nel 2002 un violento incendio scoppiò nello stabilimento Dow Poliuretani Italia e i cittadini di Venezia e Mestre vennero avvisati quasi un’ora dopo. Ma come è potuto accadere che uno dei poli chimici più grandi d’Europa sia stato realizzato nell’ecosistema tra i più fragili del pianeta, la laguna di Venezia? "Porto Marghera nasce quasi cento anni fa, dall’idea che Venezia stava maturando di sé, voleva riprendere il posto che aveva ricoperto per secoli entrando nella modernità”, così Gianfranco Bettin sociologo, politico e noto esponente dei Verdi ha spiegato quella scelta, durante un incontro con gli studenti. “La classe dirigente decise di accettare la sfida dei tempi che imponeva alle città di avere una grande industria e un porto. Si pensò di costruirli in terraferma dove c’erano barene e boschi”. Entrambi sparirono per far posto alle ciminiere e ad un nuovo quartiere per gli operai, Marghera. Bonificati i terreni e costruiti i canali artificiali per far entrare e uscire le navi dall’Adriatico, si inaugura l’industria metalmeccanica, poi quella chimica. Negli anni ‘50 sorgono centinaia di aziende che ricoprono 2mila ettari con l’espansione della Breda (oggi Fincantieri costruisce navi da crociera) poi il Petrolchimico: prima è della Montecatini, poi Montedison, poi EniChem, oggi Eni. Si producevano cloro e soda, feritilizzanti, pvc (clorulo di polivinile), etilene.

Dagli anni del terrorismo al maxi processo

Anche la storia non è rimasta fuori dei cancelli della raffineria veneziana che ha vissuto gli anni del terrorismo. Le Brigate rosse uccisero due dirigenti del Petrolchimico: Giuseppe Taliercio e Sergio Gori. Ma anche la lotta per il controllo dell’industria chimica è passata da Venezia. Raul Gardini che qui ha costruito il Moro di Venezia con cui nel 1992 partecipò alla Coppa America, voleva produrre attraverso il gruppo Ferruzzi (privato) e Montedison (pubblico) biocarburanti. Finì malissimo: l’affare Enimont fu uno dei filoni dell’inchiesta Mani Pulite e la vicenda si chiuse tragicamente. Arrivarono poi gli anni della consapevolezza del rischio ambientale e a Venezia venne celebrato il primo maxi processo contro i danni della chimica. Il 22 agosto del 1994 Gabriele Bortolozzo, operaio dal 1956 nell’impianto di polimerizzazione cvm, depositò in Procura a Venezia un esposto firmato da Medicina Democratica. Dei sei operai che lavoravano con lui quattro erano morti di tumore, un altro era malato. Nel 1973 l’Oms aveva classificato il cvm come sostanza cancerogena. Sarà il pm Felice Casson ad iniziare le indagini: 280 furono le segnalazioni di operai ammalati oppure morti di tumore. Il processo iniziò il 13 marzo 1998 e subito venne proposto un indennizzo alle famiglie dei defunti e ai malati sopravvissuti: 68 miliardi di vecchie lire per circa 500 persone. Non solo. Il giorno prima della sentenza, la Montedison patteggiò un indennizzo di 525 miliardi di lire per danni ambientali. La sentenza nel 2001 assolse tutti gli imputati.

Un viaggio tra i relitti industriali del Novecento

Via dell’Elettricità, via della Chimica, via delle Industrie, via Meucci. Girare oggi per le strade del polo industriale spento sembra di viaggiare tra i relitti industriali del Novecento. Da tanti anni aspetta di essere riconvertito, bonificato. Forse troppi. Al punto che qualcuno dice che alcune aree siano diventate “imbonificabili” e che conviene fare una specie di “sarcofago”. Pessimisti? “Le bonifiche nel SIN di Porto Marghera sono ferme, ostaggio di burocrazia e finanziamenti che rischiano di continuo stop e tagli. Sono stati bonificati solo il 21% della superficie a terra e lo 0,1% della falda. Una negligenza che va avanti da decenni e di cui fanno le spese i cittadini e lo sviluppo del territorio, relegato ad attività inquinanti - spiega Luigi Lazzaro, responsabile per il Veneto di Legambiente - non è un caso che questa area sia la prima della lista dei Siti di interesse nazionale”.

Cosa resta di una fabbrica quando tutto si ferma

Perché Porto Marghera non è solo un luogo abbandonato, è una domanda aperta: cosa resta di una città costruita per produrre, quando tutto si ferma? “Bisogna immaginare un altro futuro, velocemente - dice ancora Lazzaro - perché qui le contaminazioni delle acque in laguna, delle falde e dell’aria restano ad alti livelli. Tanto è vero che abbiamo chiesto di allargare il perimetro SIN inserendo canali portuali e lagunari fortemente compromessi”. E poi bisogna ripensare il futuro per chi qui ci vive, perché le case degli abitanti di Marghera sono letteralmente dall’altra parte della strada. Via Fratelli Bandiera è una lunga striscia d’asfalto verso la Romea: di qua il vecchio petrolchimico e i container, di là balconi con i panni stesi, il mercato, le scuole. Aspettano di sentire di nuovo le sirene scandire i turni in fabbrica che produce chimica verde e bio raffinerie. Come promesso. Questa volta hanno le idee chiare: l’unico futuro possibile sarà quello che rispetterà l’ambiente e la loro salute.