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Lago d’Orta, quando un ecosistema rinasce e diventa un simbolo

La bonifica del lago d'Orta, un esempio per altre zone d'Italia
La bonifica del lago d'Orta, un esempio per altre zone d'Italia 

Dopo decenni di inquinamento a causa di insediamenti tessili che hanno sversato veleni nelle acque, oggi è una delle aree più suggestive del Piemonte. Esempio globale di bonifica grazie al “liming”

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“È strana l’angoscia che si prova in questa deserta proda sabbiosa erbosa...dove neppure un’anguella tenta di sopravvivere”. Così scriveva Eugenio Montale sul Corriere della Sera tre giorni dopo aver ricevuto il Premio Nobel per descrivire le condizioni in cui si trovava il lago d’Orta, luogo a cui la poesia è dedicata. Era l’ottobre del 1975 e questo specchio d’acqua in provincia di Novara, immerso tra le montagne, era considerato così inquinato a causa degli sversamenti dovuti ad un’industria tessile - la tedesca Bemberg che per decenni a Gozzano ha prodotto filo sintetico - da essere definito “biologicamente morto”.

La favola del “ragionier Pesce” di Rodari

Eppure, quella del lago d’Orta non è solo la storia di un lago malato ma è una storia di rinascita, tra quelle più studiate e conosciute dagli scienziati che si occupano di ambiente. Ci sono voluti comunque decenni per trovare un equilibrio tra crescita industriale e tutela del territorio ed oggi le acque del lago sono limpide.Vale però la pena ricordare che a Montale rispose lo scrittore Gianni Rodari, che sulle sponde di questo lago a Omegna ci era nato e nel 1978 scrisse una storia che aveva come protagonista il “ragionier Pesce” deciso a combattere una battaglia contro l’inquinamento che aveva ucciso i pesci rimasti senza cibo. Il ragionier Pesce vedeva cosa accadeva nei fondali e faceva i conti che però non tornavano mai, così aveva deciso di pareggiare il bilancio naturale contro le “alghe tristi”, i “pesci assenti” e le “acque acide”. Rodari aveva ragione: il lago piano piano è tornato in attivo.

Lo stabilimento Bemberg in una foto d'epoca
Lo stabilimento Bemberg in una foto d'epoca 

A ripercorrere le tappe di questo viaggio che dura da 35 anni è Giovanni De Bernardi presidente dell’EcoMuseum Cusius: ”Il lago d’Orta a partire dagli anni Venti del secolo scorso, è stato al centro di una storia di inquinamento che eliminò quasi del tutto la vita di queste acque dove prosperavano anguille, lucci, tinche, persici reali. Il primo evento traumatico è nel 1927, con l’avviamento a Gozzano degli stabilimenti della fabbrica Bemberg. Si producevano tessuti in rayon, fibra che aveva bisogno di acque pulite e dolci. Più la produzione aumentava, più nel lago venivano sversati senza alcun filtro residui di rame e solfato d’ammonio".

Tutela dell’ambiente o benessere

In pochi anni il danno era compiuto. "Ma la gente del territorio cusiano non protestò. Come in altre aree al centro della storia industriale del Novecento italiano, si è vissuto una sorta di contrappasso. Come altrove la gente era costretta ad emigrare. La Bemberg rappresentava l’opportunità di rimanere e di avere un po’ di benessere”. L’ambiente e la salute pagavano il conto di uno sviluppo che avrebbe tolto dall’indigenza gli abitanti delle valli prossime al lago. Non solo, la Bemberg sviluppò un modello di welfare aziendale con borse di studio e colonie estive. Nel lago però i pesci erano scomparsi e i pescatori venivano assunti in fabbrica, e se c’erano proteste la domanda che ponevano i manager dell’epoca era più o meno questa: “cosa scegliere tra i pesci e gli uomini?”. Ricorda De Bernardi: “Dopo i tessuti, si insediarono le aziende produttrici di rubinetti e anche loro scaricavano rame, nichel, zinco e cromo”.

Rina Monti, il grande database della scienziata

Il secondo capitolo di questa storia porta il nome di Rina Monti, una scienziata pioniera della limnologia alpina e prima donna ad ottenere una cattedra universitaria nel Regno d’Italia. “Già nel 1930 pubblicò un articolo intitolato La graduale estinzione della vita del Lago d’Orta in cui accusò il rame scaricato come causa principale della morte del plancton. La sua grandezza non è dovuta solo alle ricerche sulle acque e i pesci, ma alla raccolta di così tanti campioni che gli scienziati hanno potuto utilizzare come database fondamentale per capire l’andatura dell’inquinamento”. Anche la parte che riguarda la rinascita del lago è incredibile.

La tecnica del "liming" adottata per ripulire le acque del lago
La tecnica del "liming" adottata per ripulire le acque del lago 

La svolta

Tutto inizia negli anni ‘90 quando l’Istituto idrogeologico di Pallanza individua una soluzione innovativa per riportare l’acidità delle acque a valori normali: il liming, ossia l’immissione di carbonato di calcio. Una sfida complessa, visto che la tecnica era stata utilizzato solo in piccoli laghi svedesi. Vennero costruite chiatte attrezzate con vasche per lo stoccaggio e la miscelazione delle sostanze chimiche. Funzionò. “Il ripristino è stato sorprendentemente veloce, - racconta De Bernardi - sono comparsi i pesci che c’erano prima dell’inquinamento e a 35 anni di distanza sono stati avviati progetti per la tutela e la valorizzazione del lago. Oggi il problema è l’overtourism”. Sì, perché da queste parti hanno imparato che è meglio non abbassare la guardia. Così hanno dato vita al “Contratto del lago di Cusio”, un sistema che si occupa della gestione del territorio. Lo hanno firmato in 130 tra enti pubblici e privati, ma ci sono anche le vecchie aziende. Consapevoli ormai che senza un approccio sostenibile, il modello di sviluppo rischia di generare non solo crisi ambientali, ma anche economiche.