Nel golfo di Gela ci sono ancora le piattaforme in mare, che adesso estraggono il gas naturale del giacimento Argo Cassiopea, e le navi alla fonda di fronte a quello che una volta era uno dei più grandi stabilimenti petrolchimici italiani, frutto del sogno industriale voluto per la Sicilia da Enrico Mattei nel 1962. Sessant’anni dopo quelle navi non sono più petroliere, trasportano olio vegetale che arriva dal Kenya, una delle materie prime per la nuova bioraffineria Enilive, nata fra gli scheletri d’acciaio e i veleni del polo petrolchimico chiuso nel 2014. La ciminiera alta 150 metri si vede da lontano ma non erutta più fumi e si prepara a sparire pian piano dallo skyline della cittadina nissena. L’ingresso della bioraffineria è ancora quello dominato dalla palazzina uffici in stile anni ’60 dell’Anic ma alle sue spalle, nei 500 ettari di area industriale, è in corso una delle più imponenti bonifiche d’Italia.
Un lavoro iniziato nel 1999, quando ancora le ciminiere erano in funzione e poi portato avanti dal 2019 con il protocollo di intesa nel quadro del sito di interesse nazionale firmato fra ministero dell’Ambiente ed Eni. Fino a oggi sono stati spesi 500 milioni di euro per smontare le strutture non più utilizzate e soprattutto bonificare terreni e falde acquifere da veleni che nei decenni i vari impianti non solo del colosso italiano degli idrocarburi avevano sparso ovunque. Con danni ambientali ingenti e dati dell’Istituto superiore di sanità su morti per tumore e nascite di bambini malformati senza paragoni neanche con quelli di Taranto.
Ma se la connessione fra questi dati e i fumi del petrolchimico non è mai stata sancita dalle sentenze dei vari processi susseguitisi negli anni, la necessità di ingabbiare le sostanze nocive per ridare vita all’area industriale in chiave bio è diventata una priorità. Attorno alle lucide costruzioni della nuova raffineria green lo scheletro putrescente del vecchio stabilimento sta scomparendo grazie ai lavori di Eni Rewind che al momento vedono all’opera circa 400 lavoratori diretti e altrettanti delle ditte esterne. Da anni chilometri di tubi, cavi, cisterne, caldaie vengono smontati, puliti e smaltiti.
Un’attenta opera di bonifica e riciclo insieme, visto che circa il 30% di condotte, serbatoi e impianti bonificati sono stati riutilizzati mentre 12mila tonnellate di rottami metallici, motori e cavi elettrici sono stati recuperati per usi civili e industriali. Un cantiere che sarà attivo almeno fino al 2029 quando saranno scomparsi tutti i vecchi impianti e che lascia spazio anche alla sperimentazione. Un esempio è ciò che avviene attorno al sarcofago che ha messo al sicuro l’arsenico lasciato sui terreni dall’impianto della Texaco. Per realizzarlo c’è voluto un investimento da 30 milioni di euro e adesso si testano nuove tecniche per accelerare l’eliminazione di questo temibile veleno. Tanto che la cosiddetta “Area Texaco” adesso di proprietà della bioraffineria sarà pronta da questa estate ad ospitare nuovi impianti, stavolta “puliti”.
Un altro sarcofago di 140mila quadrati tiene a bada l’acido fosforico della ex Isaf e ospita un grande campo fotovoltaico da 5 megawatt, uno dei tre dello stabilimento. Più complesso far sparire l’enorme ciminiera a quattro canne per la quale è stata necessaria una nuova progettazione che porterà alla demolizione entro il 2027 attraverso piccole ruspe robot. Il risultato già raggiunto è quello di avere azzerato le emissioni: “Il sito è ormai totalmente schermato rispetto all’esterno - spiega Stefano Lifone, responsabile Sicilia di Eni Rewind - grazie al trattamento delle acque, barriere idrauliche, la completa caratterizzazione di tutti i terreni. In almeno la metà non ci sono problemi, nell’altra parte stiamo operando per eliminare tutte le sostanze nocive. Ovviamente si tratta di un lavoro lungo e complesso sul quale continueremo ad essere impegnati almeno per un altro decennio”.
Un’attività che insieme alla bioraffineria e ad Argo e Cassiopea di EniMed ha salvato una parte di quei posti di lavoro che in passato Gela ha dovuto barattare con la salute dei suoi abitanti. Adesso però anche questa città che per molti anni ha convissuto all’ombra di un’area industriale che faceva molta paura, adesso tenta fra mille difficoltà il riscatto ambientale. La strada è lunga ma è stata intrapresa. All’inizio dell’anno Gela ha infatti ufficialmente presentato la sua candidatura per ottenere la Bandiera Blu, forte dei dati ufficiali e di quelli di Goletta Verde che garantiscono sulla qualità del suo mare. La giunta di Terenziano Di Stefano lavora a servizi e infrastrutture, che servono per conquistare l’ambita bandiera ma è andata oltre. Ha presentato anche il dossier candidarsi a “Capitale italiana del mare 2026”. Amministratori e cittadini sono consapevoli che vincere sarà difficile, ma provarci è un modo per dimostrare che a Gela il vento è cambiato. E non porta più il fumo delle ciminiere.