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La libertà nel carrello: il nuovo numero dei Piaceri del Gusto

La libertà nel carrello: il nuovo numero dei Piaceri del Gusto

Dal campo alla tavola, ogni scelta lascia un segno. Tutelare la biodiversità significa decidere quale cibo quale agricoltura e, in fondo, che tipo di mondo vogliamo costruire e difendere per i nostri eredi

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“Mangiare è un atto agricolo”, scriveva Wendell Berry. “Fare la spesa è un atto politico”, ci ricorda da anni Carlo Petrini. Ma guardando l’illustrazione - qui a fianco - che Pier Paolo Spinazzè, in arte Cibo, ha realizzato per questo numero del Gusto, viene da aggiungere un terzo passaggio: fare la spesa può essere anche un gesto rivoluzionario. La citazione è evidente. La donna che avanza con il carrello è la Libertà che guida il popolo di Delacroix che si allontana da un supermercato. Solo che al posto del tricolore sventola uno scontrino.La rivoluzione, insomma, comincia dalla lista della spesa. Perché ogni volta che prendiamo qualcosa dallo scaffale esercitiamo un piccolo potere.

Scegliamo un prodotto e ne scartiamo un altro, premiamo un modo di coltivare, allevare, pescare o trasformare il cibo. Diamo un’indicazione al mercato e quindi a chi produce. Moltiplicate quell’azione per milioni di persone e la scelta individuale diventa collettiva. È qui che le due anime di questo numero si incontrano. La prima è la biodiversità, al centro di Terra Madre di Slow food (a Torino dal 24 al 27 settembre). Una parola che rischiamo di usare così spesso da dimenticarne il significato più concreto. Biodiversità sono semi, varietà, razze, specie, territori e saperi.

È la possibilità di avere molti pomodori invece di un solo pomodoro, molti grani invece di un solo grano, molti formaggi, legumi, frutti. Ma questa ricchezza sopravvive soltanto se qualcuno continua a coltivarla, produrla e, soprattutto, se qualcun altro continua a sceglierla. La seconda anima ci porta a Bologna il 10 e 11 ottobre, al nostro festival C’è +Gusto, che quest’anno abbiamo voluto dedicare a due parole: Libertà e Responsabilità. Due termini che sembrano quasi tirare in direzioni opposte e che invece, quando parliamo di cibo, non possono essere separate. Siamo liberi di scegliere che cosa mangiare, di inventare, produrre, cucinare. Uno chef deve essere libero di creare, un agricoltore di sperimentare, un produttore di innovare e noi consumatori di decidere che cosa mettere nel piatto.

Ma ogni libertà produce conseguenze: sull’ambiente, sul lavoro, sulla salute, sulle comunità agricole, sul benessere animale, sulle generazioni che verranno. La responsabilità non è il contrario della libertà. È ciò che le dà valore. E forse è proprio questo il filo che attraversa le pagine che avete tra le mani. Difendere la biodiversità non significa imbalsamare il passato né trasformare il cibo in un museo delle specie perdute. Significa mantenere aperta la possibilità di scegliere. Perché un mondo in cui scompaiono varietà, prodotti, territori e conoscenze è, prima ancora che un mondo gastronomicamente più povero, un mondo nel quale siamo meno liberi.

Poi naturalmente non possiamo caricare sulle spalle di chi fa la spesa tutta la salvezza del pianeta. Le responsabilità non sono uguali: appartengono alla politica, all’industria, alla distribuzione, alla ristorazione, a chi produce e a chi comunica. Ma anche il consumatore è un anello di questa catena. Ed è qui che torno alla donna disegnata da Cibo. Avanza decisa, carrello davanti a sé e scontrino levato in aria come una bandiera. Fa sorridere, come spesso accade con le sue opere. Ma dietro l’ironia c’è una domanda molto seria. Che mondo vogliamo mettere nel carrello?