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Spritz, osti anarchici e sedie spaiate: Andrea Pennacchi difende l’osteria dalla solitudine

Spritz, osti anarchici e sedie spaiate: Andrea Pennacchi difende l’osteria dalla solitudine

Nel nuovo libro, in libreria dal 16 ottobre, l’attore torna nei locali del Pojanistan dove ha imparato ad ascoltare storie e ci porge un invito a riscoprire il bancone come luogo di relazioni

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Cambiano i consumi, le abitudini, i modi di stare insieme. Si beve meno vino, avanzano dealcolati e mocktail, le vecchie osterie lasciano il posto a locali sempre più alla moda. Ma c’è qualcosa che resiste, almeno secondo Andrea Pennacchi: il bisogno di incontrarsi, parlare, raccontarsi. “Cosa rende un’osteria importante? Il vino che mesce (tra l’altro, che bel verbo)? Anche, ma non solo”. Perché “ciò che rende un’osteria una vera osteria è la rete di relazioni che genera”.

È da questa premessa che nasce Elogio dell’osteria (People), in libreria dal 16 ottobre. Una dichiarazione d’amore per la tipica osteria dove si entra per bere un bicchiere e si finisce per trovare storie, amicizie, discussioni. Pennacchi qui è in veste di antropologo da bar, una professione che esercita fin dall’infanzia, quando accompagnava il nonno Bepi nelle osterie del quartiere. “Il bar è la mia Scuola Holden… Altro che scrittura creativa!”, scrive. Perché è ascoltando le conversazioni degli avventori, osservandone gesti, manie e contraddizioni, che ha imparato a conoscere le persone e a costruire molti dei personaggi che popolano i suoi spettacoli.

Anche questo libro è una carrellata di personaggi, strambi proprio perché profondamente umani. C’è Ubaldo, oste anarchico e burbero, c’è Mario l’imbriago, con la sua sete smisurata e il talento per il canto. Sullo sfondo ci sono le osterie di pianura, quelle che sembrano appartenere allo stesso paesaggio raccontato nel film di Francesco Sossai, nel quale Pennacchi interpreta Genio. Ma anche le osterie di collina, perché l’altitudine non conta. Luoghi con sedie spaiate, vecchi banconi, tavoli da carte, osti da poche smancerie e frequentatori che si conoscono da una vita. Pennacchi elogia un’idea di osteria, quasi un luogo dell’anima, che può esistere ovunque ci siano persone disposte a essere se stesse senza maschere e incontrarsi.

Elogio dell’osteria non è un libro di nostalgia. Pennacchi si domanda se anche oggi un’osteria possa diventare un punto di riferimento per la comunità, un luogo dove si può entrare da soli e ritrovarsi parte di qualcosa. Naturalmente si beve, e parecchio. Pennacchi conosce bene il rapporto complicato che il Veneto (anzi, il Pojanistan), intrattiene con l’alcol. Ma conosce anche il codice non scritto dell’osteria, dove bisogna saper bere il giusto, parlare con perizia di una certa gamma di argomenti e soprattutto essere capaci di uscire sulle proprie gambe.

Mentre i consumi di vino calano e avanzano dealcolati e mocktail, Pennacchi guarda con sospetto al nuovo puritanesimo del bere. Ognuno beva quel che vuole, ci mancherebbe, purché non si senta moralmente superiore per aver ordinato un costoso cocktail analcolico. E in questo senso anche lo spritz, unità di misura universale del Pojanistan, diventa l’indicatore per misurare l’inflazione: “I americani misura l’inflassión sui ovi, i francesi sul costo de le baguette, noialtri del Pojanistan su queo del spriss. Quea xe materia prima vera”.

Elogio dell’osteria racconta l’osteria per le persone che riesce a mettere insieme. E perché, come scrive Pennacchi, se l’alcol è un veleno, il vero veleno della società contemporanea sta nell’isolamento, nel bere da soli, nell’essere considerati solo consumatori, “oche incocona’ dal fegato grasso”. Il libro è un invito a continuare a incontrarsi, ascoltarsi e raccontarsi. Possibilmente davanti a un bancone.