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Asma, la tiktoker di Kabul che sfida i talebani: “Con poesie e smartphone aiuto la lotta delle donne”

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L’influencer è stata costretta a lasciare l’Afghanistan per il suo impegno in favore dei diritti umani, ora prosegue la sua battaglia in Italia
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ROMA – Asma Sadat è tutto ciò che una ragazza, per i talebani, non deve essere. Troppo colorata, troppo scoperta, troppo impertinente. Ha persino opinioni proprie, addirittura le esprime in pubblico ponendo domande agli uomini senza chiedere il permesso. Ha avuto l’ardire di studiare e di imparare, così adesso si ritrova nell’incresciosa condizione di saper parlare l’inglese, di mandare a memoria le poesie e di conoscere i diritti che le donne, altrove, hanno. In più usa i social network e comunica le sue idee a migliaia di follower. Una vera vergogna per i barbuti che tre anni fa si sono ripresi l’Afghanistan al solo scopo di affogarlo nell’oscurità.

«Vi siete dimenticati di noi», dice subito Asma, tanto per calcare bene i puntini sulle i della parola indifferenza. «Dopo il ritiro dell’esercito americano, il mondo ha perso interesse e il ritorno dei talebani è stato digerito. Ma a Kabul la mia gente muore per strada, gli islamisti sparano e rubano le donne. Sì, si prendono le donne m…

ROMA – Asma Sadat è tutto ciò che una ragazza, per i talebani, non deve essere. Troppo colorata, troppo scoperta, troppo impertinente. Ha persino opinioni proprie, addirittura le esprime in pubblico ponendo domande agli uomini senza chiedere il permesso. Ha avuto l’ardire di studiare e di imparare, così adesso si ritrova nell’incresciosa condizione di saper parlare l’inglese, di mandare a memoria le poesie e di conoscere i diritti che le donne, altrove, hanno. In più usa i social network e comunica le sue idee a migliaia di follower. Una vera vergogna per i barbuti che tre anni fa si sono ripresi l’Afghanistan al solo scopo di affogarlo nell’oscurità.

«Vi siete dimenticati di noi», dice subito Asma, tanto per calcare bene i puntini sulle i della parola indifferenza. «Dopo il ritiro dell’esercito americano, il mondo ha perso interesse e il ritorno dei talebani è stato digerito. Ma a Kabul la mia gente muore per strada, gli islamisti sparano e rubano le donne. Sì, si prendono le donne mentre vanno a fare la spesa, le portano via sui pick-up come vasi di ceramica».

Asma Sadat siede a un tavolo lungo nella sede Arci di Roma. È arrivata in Italia da meno di una settimana grazie al corridoio umanitario che ha trasportato 191 profughi afghani con un volo da Islamabad. Il suo iPhone trilla che sembra un flipper. «Sono i commenti al mio ultimo post su Instagram. Ho quasi 40 mila follower lì. I social li uso per combattere il regime». Come, Asma? «Con la realtà, mostrandola. Con i poemi degli hazara vessati, recitandoli. Con la bellezza della cultura tradizionale afghana, ricordandola». Cosa in quei poemi può dar fastidio ai capi religiosi di un movimento violento? «I versi dolorosi di chi è stato costretto a lasciare il Paese». Scorre sulla sua pagina Tik Tok, si ferma su un filmato, c’è lei che parla in dari, «...hai sporcato l’umanità, hai sporcato il paese…non puoi essere re in un paese non tuo…eppure è difficile…».

Asma è una ragazza precoce: a cinque anni ne aveva già otto. «È colpa di mia madre Fatima». Ride. «Voleva iscrivermi a scuola quando avevo cinque anni, perché diceva che ero pronta, ma non si poteva prima dei sette. E così è andata all’ufficio dell’anagrafe a dire che ne avevo otto e le hanno creduto, tanto con le carte è sempre stata una gran confusione a Kabul. Ho un documento con su scritto che ho 22 anni, in realtà ne ho fatti 19 a maggio. Stavo per finire la scuola superiore, ma ad agosto del 2021 sono arrivati i talebani e la scuola l’hanno chiusa. Per loro studiare qualsiasi cosa diversa dal Corano è una perdita di tempo».

Con tre anni di vantaggio sugli altri, così almeno dice il documento, Asma si è messa a criticare il regime islamista sul web già dai primi giorni dopo il ritiro americano. «Avevamo paura ad uscire di casa, in poche ore i prezzi delle uova e della verdura sono saliti alle stelle. Avevo una responsabilità nei confronti della mia famiglia, perché portavo soldi con la mia attività sui social». Influencer a Kabul? «Si può dire così. Facevo pubblicità ai locali, ai ristoranti, andava bene. Ho deciso quindi di lavorare per dei canali youtube che il regime inizialmente ha tollerato, perché non trattavano di politica.

Si chiamavano Starfans, Cheshmak che vuol dire ali, Bustop. Mi recavo in redazione col volto, producevo servizi giornalistici andando in giro col microfono e un cameraman per raccontare i costumi e la società. Ma poi chiedevo alla gente: ‘come stai?’, ‘hai da mangiare?’, ‘hai medicine a sufficienza?’”. Per i talebani già una domanda è di troppo, figurarsi tre e poste da una ragazza. E infatti sono andati a cercare la giovane sfacciata, minacciandola.

«Ogni donna in Afghanistan oggi vorrebbe essere nata uomo, perché per i talebani è come se essere donna sia un crimine. Non possiamo studiare, non possiamo scegliere un marito da sposare perché sono loro a scegliere per noi e a 13 anni ci affibbiano qualche vecchio o qualche uomo malato, non possiamo lavorare, non possiamo decidere cosa indossare né cosa mangiare». Neanche cosa mettere nel piatto? «No, ci sono famiglie dove il cibo viene smistato a seconda del genere.

Le donne non sono libere di girare da sole senza un uomo che le accompagni, non sono libere di leggere libri. Siamo però libere di stare a casa, obbedire, cucinare, partorire figli sperando che siano maschi perché se sono femmine è colpa nostra e rischiamo le botte». Asma le botte le ha rischiate, più volte e senza essere incinta, nella sala interrogatori della stazione di polizia di Kabul. I video su youtube e i suoi servizi col taglio “sociale” ma che erano in realtà denunce l’hanno messa nei guai.

«Mi hanno arrestata diverse volte, la polizia morale mi ha portato nelle stazioni dove c’erano stanze per l’interrogatorio. Il mio cameraman veniva picchiato, a me facevano giurare che avrei smesso di fare quei filmati. Non l’ho mai fatto. Avevo l’impressione che fossero spaventati da me, o schifati. Ma quando hanno capito che sui social ero seguita e non era un gioco, mi volevano morta. È stato allora che abbiamo capito che dovevamo andare via».

Asma con suo fratello Mustafa, con Fatima, che è di etnia hazara e con il vecchio padre Said (89 anni) hanno attraversato il confine col Paksitan. La vita non è migliorata, lavoro zero. Sono sopravvissuti grazie anche all’interessamento di un giornalista e divulgatore italiano, Antonio Dentice, che ha coordinato ong e associazioni per mettere in salvo la famiglia di Asma. C’era anche lui a Fiumicino quando è atterrato l’aereo del corridoio umanitario, promosso da varie associazioni tra cui l’Arci. «È una via complementare legale e sicura ma i numeri coinvolti non scalfiscono il meccanismo che produce tragedie e morte», spiega Filippo Miraglia, responsabile immigrazione di Arci nazionale. «Per combattere i trafficanti, lo stato deve promuovere un numero di ingressi pari agli arrivi che in media ci sono nel nostro Paese».

Asma Sedat dice che rimarrà in Italia, vuole studiare giornalismo. Non smetterà di attaccare sui social i talebani, denunciando le condizioni in cui hanno ridotto l’Afghanistan. «So che è rischioso, ma la mia vita non è più importante di chi è stato ucciso per mano loro. Se pensiamo solo a noi stessi, non succederà niente di buono, bisogna rischiare». Pensieri e coraggio di una giovane tiktoker afghana, profuga e aspirante giornalista di diciannove anni. O ventidue.

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