LA SOLITA LUNGHISSIMA NUOTATA. Non va come sempre: un affanno imprevisto, il battito che perde il suo ritmo. Cosa sarà? Non passa, come direbbe un medico: non rientra. Serve un cardiologo, o perlomeno un elettrocardiogramma. Alle 8 di sera con un caldo torrido mi ritrovo a cercare il dottor Mazzotta (che mi è stato indicato da un amico) all'ospedale di Copertino, Salento, Italy. Il posto avrebbe bisogno di una bella ristrutturata, ma il medico è bravo e competente. Non sto bene. Mi avvia alla terapia in pronto soccorso, codice giallo. Prima reazione: "non se ne parla neanche, me ne vado". Già, ma dove? Milano è lontana, il Monzino ancora di più. Devo fidarmi del servizio sanitario nazionale. Con un po' di timore consegno la mia tessera sanitaria al dottor Mazzotta. E nel giro di mezz'ora sono sdraiata su una barella del pronto soccorso. Tutto funziona a meraviglia: mi prende in carico la dottoressa Chinnici, una pim pante signora dai capelli rossi. Divertente, con un occhio al monitor che fotografa i capricci del mio cuore mi racconta che lì ne vedono delle belle, degli "sparati" che arrivano e allora "serve la circolazione extracorporea..." E' simpatica, ma la terapia non funziona, serve altro. Alle 24 sono in sala con un cardiologo e un anestesista, sembra di essere nel salotto di casa con l'infermiera Francesca, rotonda e bella come una madonna del sud, che mi spiega cos'è la fibrillazione atriale e usa una metafora sgangherata ma che funziona. Pochi minuti ed è fatta. Il cardiologo è un uomo sottile (come tutti i cardiologi: mai visto uno che avesse qualche chilo al suo posto), ha l'aria di un professore di latino di Oxford. Mi racconta che si è laureato a Modena e che i suoi compagni di corso sono rimasti là, all'università. Non so se lo dica con rimpianto, ma di certo loro non hanno il privilegio di immergersi ogni mattina nella luce unica del Salento, di appoggiarsi a un muretto a secco a guardare i vigneti di negroamaro a perdita d'occhio. Di certo, però, rimpiange che vogliano chiudere il suo piccolo ospedale. Già chiuso il punto nascita e diversi reparti. Eppure, mi ripetono tutti, "facciamo molti accessi, quasi quanto quelli dell'ospedale di Lecce". Ma le leggi della sanità parlano chiaro:i piccoli ospedali vanno chiusi. I punti nascita che non fanno abbastanza parti da garantire la salute della madre e del bambino pure. Francesca fa la faccia scura: "da domani niente più ricoveri in pediatria". L'abbiamo detto e scritto tante volte: non c'è alternativa. Ma vista da qui dentro, dal pronto soccorso di Copertino, la faccenda sssume tutta un'altra dimensione. E' palpabile il bisticcio tra il bisogno delle persone e le leggi inesorabili della sanità sostenibile. Il cardiologo mi rassicura: "ma il pronto soccorso, no. Quello non lo tolgono". Arriva di tutto. La singora che ha fatto il trapianto di cornea: ora si è infilata non so ché in un occhio e ha paura. Il bimbo che è caduto dalle scale e deve essere suturato: piange a squarciagola mentre un adolescente che ha paura degli aghi si fa venire un attacco d'asma di fronte a un prelievo. Ha un testicolo superinfiammato e l'infermiere Roberto si preoccupa. "Passerà", chiede alla dottoressa quando il giovanotto è stato portato fuori dall'ambulatorio. "Ma sì, è una cavolata": antibiotici. Gente col mal di pancia, ossa rotte, incidentati... Un ragazzo di colore piange su una barella: non deve essergli successa una cosa gravissima, ma lui è spaventato a morte. Un anziano apetta un ricovero, che poi arriva. Il girone dell'assistenza non si ferma mai. Solo un appunto: mai un guanto. Gli infermieri toccano tutto e tutti, infilano aghi, fanno prelievi. Senza mai un guanto. Penso perché ce ne sono pochi, anche i guanti costano: presidente Emiliano mandi un po' di scatoloni di guanti giù a Copertino. Magari poi risparmia in antibiotici per combattere le inevitabili infezioni. Sì, funziona tutto. Magari si sono persi un Ecg, ma poi lo ritrovano. Esco nell'alba del Salento piena di dubbi. Dove andranno tutte quelle persone se il presidente Emiliano chiude Copertino? Gallipoli è lontana. Lecce è intasata. Eppur si deve. Davvero? Si deve, ma con giudizio. La chiusura dei piccoli ospedali deve avere la contropartita dei presidi territoriali e di emergenza, sennò è solo un altro crudele taglio. Che Dio ci conservi il servizio sanitario nazionale.