Duecentottantanove milioni di dollari. È la cifra astronomica che la Corte federale di San Francisco ha riconosciuto a Dewayne Johnson, 46 anni, un giardiniere scolastico della zona, come indennizzo per aver contratto un linfoma non-Hodgkin in seguito all'uso di Roundup e Ranger Pro, due erbicidi a base di glifosato prodotti dalla Monsanto, acquisita la primavera scorsa dalla Bayer. Si tratta di una sentenza storica e controversa per il primo caso di denuncia contro il glifosato arrivato a processo. Anche perché da anni l'erbicida è al centro di un aspro dibattito, soprattutto in relazione al suo uso in combinazione con alcune colture Ogm (soia, cotone, mais, colza) resistenti alla sua azione e prodotte sempre da Monsanto. Da una parte le associazioni ambientaliste, che ne denunciano i pericoli per la salute e per l'ambiente; dall'altra i produttori (che ormai sono decine, da quando il brevetto è scaduto, nel 2000), ma anche alcune associazioni di agricoltori, che ne hanno decretato il successo soprattutto dagli anni Novanta, quando in alcuni paesi - tra cui l'Italia - fu proibita l'atrazina. Tanto da farne l'erbicida più usato al mondo in agricoltura convenzionale anche in virtù della sua moderata tossicità rispetto ad altri prodotti. Fa discutere, la sentenza di San Francisco, per molte ragioni. Una è la controversa classificazione del glifosato tra le sostanze cancerogene. Inserito nel 2015 tra i "probabili cancerogeni per l'uomo" dall'Agenzia internazionale per la ricerca sul cancro (Iarc) dell'Oms, non è stato invece riconosciuto tale né dall'Environmental protection agency statunitense né dall'Autorità europea per la sicurezza alimentare, l'Efsa. E alla fine del 2017 la Reuters ha accusato la commissione della Iarc di aver trascurato informazioni rilevanti che scagionerebbero il glifosato. La Iarc ha rispedito le accuse al mittente, confermando il responso della commissione, secondo cui ci sono "limitate prove" che il glifosato possa causare proprio il linfoma non-Hodgkin, il tumore che ha colpito Johnson, e il cui rischio sarebbe limitato a chi ha contatti frequenti con la sostanza. È su questa base che il glifosato è finito nella stessa categoria delle carni rosse, per le quali ci sono le stesse limitate prove che causino tumori del colon-retto, e a difesa delle quali, sempre nel 2015, ci fu una memorabile alzata di scudi. Peraltro le indicazioni della Iarc sono riferite a fattori di rischio: l'esposizione a una sostanza aumenta il rischio di un certo tipo di tumore, ma non è possibile stabilire una relazione causa-effetto, nemmeno quando una sostanza è tra i sicuri cancerogeni, come il fumo di sigaretta. La sentenza, tuttavia, non fa alcun riferimento al rapporto causa-effetto, ma alla mancanza di avvertenze sulla potenziale cancerogenicità tra le informazioni sul prodotto. Uno degli avvocati di Johnson ha dichiarato che per la prima volta i giurati hanno potuto visionare documenti della Monsanto secondo i quali "la società sapeva da decenni che il glifosato, e in particolare il Roundup, può provocare il cancro". Monsanto farà appello, per parte sua, con il sostegno di centinaia di studi scientifici che dimostrerebbero il contrario. Ma se la sentenza dovesse essere confermata sarebbe un precedente terrificante per l'azienda (e per i suoi nuovi proprietari tedeschi), su cui pendono almeno altre 5.000 cause per danni da glifosato solo negli Usa. Il glifosato, dunque, continuerà a far parlare di sé, tra record di consumi sbriciolati di anno in anno e timori più o meno fondati di danni alla salute: almeno fino a quando la chimica non troverà un sostituto meno chiacchierato.