Nicholas Chauvin aveva solo 19 anni, ed è morto nel giorno di Santa Lucia a Bordeaux, per una frattura cervicale riportata mentre giocava a rugby con la sua squadra, il Bègles-Bordeaux. In agosto c’era stata un’altra vittima, Louis Fajfrowski, 21 anni, per uno scontro analogo, in maggio un giocatore amatoriale di soli 17 anni, Adrien Descrulhes. Numeri intollerabili, tanto che in Francia, dove il rugby è sport molto amato, il ministro per la Salute Roxana Maracineanu ha annunciato impotanti novità. E non solo per il rugby. Ad essere rischiosi sono anche tutti gli altri sport che prevedono un contatto anche violento, e soprattutto la possibilità che a essere colpita sia la testa, perché i traumi cranici anche non gravi, che spesso non lasciano ferite visibili, potrebbero avere conseguenze molto serie. Lo sostiene da anni Jean Chazal, neurochirurgo di Clermont Ferrand che poche settimane fa ha riunito nella sua città decine di esperti internazionali e messo insieme più di 400 studi che evidenziano diversi tipi di danni da trauma. E lo sostengono da tempo diversi esperti statunitensi, perché in quel paese gli sport di contatto sono popolarissimi a partire dalla più tenera età, e gli effetti si vedono: secondo uno studio appena pubblicato su Neurology dai ricercatori del Centro Alzheimer dell’università di Boston, eseguito su campioni autoptici di cervello di oltre 200 ex giocatori professionisti di football, l’incidenza di una specifica forma di demenza associata ai traumi si avvicina al 90%; altri studi si fermano a un range più prudente, dall’1 al 10% circa, ma il problema è comunque di dimensioni imponenti. Quanto siano reali questi pericoli lo spiega uno dei massimi esperti italiani di demenze, Paolo Maria Rossini, direttore della Neurologia del policlinico Gemelli di Roma. Pericoli legati a sport comuni, perché parliamo di rugby, ma anche delle varie forme di boxe o di calcio. «L’esistenza di una relazione tra traumi cranici ripetuti e neurodegenerazione alla base di malattie quali Parkinson, demenze e sclerosi laterale amiotrofica (chiamata anche morbo di Gehrig, dal nome di un giocatore di baseball malato, ndr) è al centro di intensi studi da anni — spiega Rossini — anche se è assai complicato quantificare un evento come il trauma cranico, caratterizzato da una miriade di variabili che ne possono modificare l’effetto finale, quali velocità, accelerazione, angolatura, trauma diretto e di rimbalzo, posizione del cranio rispetto al resto del corpo e così via». Alcune certezze però ci sono già. «È dimostrato che il trauma favorisce la produzione e il deposito di proteine quali la beta-amiloide e la tau, tipiche delle demenze; scatena una reazione infiammatoria che, a sua volta, favorisce la morte anticipata delle cellule, comprese quelle che hanno una funzione di riserva; riduce le capacità riparative del cervello e interrompe il normale flusso delle informazioni. Tutto ciò ha un nome: Encefalopatia traumatica cronica o CTE e può colpire a distanza di anni i pugili (il più famoso Cassius Clay), altri sportivi e i militari di professione». I sintomi sono insidiosi, all’inizio si manifestano soprattutto deficit cognitivi e disturbi del comportamento. In seguito possono comparire deficit motori che ricordano il Parkinson e, tempo dopo, la demenza vera e propria. Il punto è capire se ci sono giovani più a rischio di altri e come limitare il pericolo, visto che non si può pensare di vietare le attività sportive. La questione è però molto complicata. «Un giovane che pratica sport in cui il rischio di traumi cranici ripetuti è alto — continua Rossini — non sa se nel proprio cervello la riserva di cellule e circuiti nervosi è molto elevata o molto bassa, né se ha fattori di rischio genetici quali quello conosciuto come ApoE. Gli stessi traumi cranici — per capirci — possono favorire l’insorgenza della CTE in una persona molto più che in un’altra». Quando la vita media era più breve di 20-30 anni, aggiunge il neurologo, tutto ciò aveva un’importanza limitata, ma oggi la situazione è diversa. E «in attesa di soluzioni preventive efficaci — suggerisce l’esperto — dovrebbero essere adottate regole maggiormente protettive nei confronti di questo preziosissimo organo che ciascuno di noi porta in testa». Il discorso diventa ancora più delicato quando attività sportive potenzialmente a rischio vengono scelte da bambini e adolescenti. Uno studio sul Journal of Pediatrics, condotto su poco meno di 900 bambini e ragazzi tra i 5 e i 14 anni che giocavano a footoball nella zona di Seattle, ha evidenziato come negli spogliatoi ci sia un ospite non invitato: la depressione. I giovani che giocano a football ne soffrono molto più dei loro coetanei che praticano altri sport, e non sembra che la causa sia legata a dinamiche sportive o competitive; il segnale è preoccupante. «Quando si parla di sportivi giovanissimi, in età in cui le strutture cerebrali sono ancora in fase di maturazione e presentano caratteristiche di fragilità maggiore — conclude Rossini — microtraumi ripetuti potrebbero impedire la normale formazione di connessioni fondamentali per l’apprendimento, la memoria, il controllo delle emozioni e del comportamento di un normale cervello adulto e maturo». In attesa che le società scientifiche e quelle sportive si pronuncino in modo più chiaro sui limiti da imporre e sulle precauzioni da adottare, è indispensabile fare attenzione anche a traumi che possono sembrare non gravi, e sulla loro frequenza. E magari, scegliere sport con meno contatto.