Come l’impalcatura di un edificio, il corpo umano si regge su una complessa struttura di supporto: le ossa, i muscoli e le articolazioni formano uno scheletro flessibile ma robusto, progettato per sostenere e proteggere. Quello che, letteralmente, ci tiene in piedi, dunque, non sono solo le ossa ma l’intero apparato muscolo-scheletrico. “Il muscolo è tutt’uno con l’osso e insieme costituiscono un’unica unità funzionale – spiega Andrea Giustina, professore di Endocrinologia e Malattie del Metabolismo all’Università Vita-Salute San Raffaele e primario dell’Unità di Endocrinologia all’Irccs Ospedale San Raffaele di Milano che specifica: .L’attività muscolare è fondamentale per il benessere dell’osso e, al contrario, l’immobilizzazione provoca una perdita di osso come accade agli astronauti che in assenza di gravità perdono massa muscolare e ossea”.
Un check-up dopo i 65 anni
Dunque, man mano che gli anni passano non basta preoccuparsi soltanto di avere ossa in salute, ma bisogna prendersi cura di tutto l’apparato muscolo-scheletrico e, infatti, nell’ultimo decennio gli specialisti pongono l’attenzione sull’osteo-sarcopenia, vale a dire la perdita di tessuto osseo e muscolare che rappresenta, tra l’altro, la condizione di maggiore rischio di frattura.
Come capire se una disfunzione dell’apparato muscolo-scheletrico E, allora, come capire se soffriamo di una disfunzione dell’apparato muscolo-scheletrico? ”Dopo i 65-70 anni bisogna monitorare con più frequenza le condizioni muscolo-scheletriche, ma i segnali più evidenti sono l’assottigliamento della massa muscolare di arti superiori e inferiori, l’affaticamento e la tendenza a cadere senza un motivo apparente”, risponde Giustina che aggiunge: “Poi ci sono dei test specifici come il “6 minute walking test” che misura la distanza che un paziente può percorrere su una superficie piana, in un periodo di 6 minuti oppure l’Hand Grip, che misura la forza della mano”.
L’osteo-sarcopenia
In una popolazione sempre più longeva, come quella italiana, l’osteo-sarcopenia riguarda tante persone: secondo una recente metanalisi, che ha studiato 58.404 partecipanti di età superiore a 60 anni, la prevalenza globale della sarcopenia riguarda il 10% della popolazione. “È più elevata nei pazienti diabetici, in quelli oncologici e in chi soffre di broncopneumopatia cronica ostruttiva. Anche i cambiamenti ormonali legati all’età, come quelli dell’ormone della crescita, del testosterone, dell’Insulin-like growth factor I, contribuiscono alla perdita di massa muscolare e forza muscolare”, spiega Mariangela Rondanelli, specialista in Endocrinologia, Scienze dell’Alimentazione e Medicina preventiva all’Università di Pavia. Ma è sbagliato pensare che si tratti di una condizione di cui occuparsi solo quando si diventa nonni, perché i problemi iniziano molto prima. Si stima che dopo i 50 anni si perda, ogni anno, l’1-2% della massa muscolare, arrivando a una riduzione totale compresa tra il 30% e il 50% quando si raggiungono gli 80 anni. La prevenzione, dunque, è fondamentale.
Fate sport
Come va fatta? “La prima regola è fare attività fisica: molti studi hanno evidenziato che lo svolgimento regolare di movimento aumenta la forza muscolare e la massa muscolare negli anziani", risponde Rondanelli. Ma conta anche quello che mangiamo. Nello studio inChianti, condotto su oltre mille anziani residenti in Toscana e seguiti per 20 anni, è stato dimostrato che la percentuale di soggetti con carente apporto di proteine secondo i “Larn” (i livelli di assunzione di riferimento di nutrienti e di energia per la popolazione italiana) è pari a circa il 25% nelle donne e a quasi il 40% negli uomini. «Una non adeguata assunzione di proteine comporta una scarsa disponibilità di aminoacidi ramificati, tra cui la leucina, che è l’aminoacido fondamentale per mantenere una massa muscolare adeguata”, sottolinea l’esperta.
Ma per mantenere in buona salute l’apparato muscolo-scheletrico ha un ruolo importante anche la vitamina D, di solito associata alla prevenzione dell’osteoporosi: “Quest’ormone – precisa Giustina – ha un doppio effetto protettivo, sia sull’osso sia sul muscolo. Per questo è fondamentale misurare i valori circolanti di vitamina D, più precisamente di 25-idrossivitamina D (25-(OH)D). Questo permette di effettuare correttamente la diagnosi di ipovitaminosi D e di impostare la terapia più adatta”.
Un test del sangue
La valutazione si effettua misurando i livelli ematici della 25-idrossivitamina D. Più controversa la definizione dei livelli desiderabili: 20 ng/mL e 12 ng/mL rappresentano le soglie al di sotto delle quali si parla, rispettivamente, di carenza e di carenza severa. Ma in caso di patologie preesistenti, come l’osteoporosi, la soglia sale a 30 ng/mL. “L’integrazione, quando necessaria, è cruciale perché diversi studi hanno dimostrato che a bassi livelli sierici di vitamina D corrisponde una bassa forza muscolare. Peraltro, il muscolo ha i recettori per la vitamina D che con l’età vengono parzialmente persi – precisa Rondanelli – .Poiché è liposolubile va assunta ai pasti perché è bene che ci sia un alimento grasso che la trasporta all’intestino, altrimenti non viene assorbita”.
I primi segnali a 50 anni
Intercettare i segnali che il corpo inizia a mandarci già dopo i 50 anni è, quindi, fondamentale per la prevenzione, ma a chi spetta la presa in carico della salute delle ossa? “La tendenza è quella di creare dei “Bone center” dedicati alla salute muscolo-scheletrica, strutture di terzo livello per i pazienti più complessi. Sul territorio – conclude Giustina – sono un riferimento il medico internista e il reumatologo e anche il ginecologo, l’endocrinologo e il nutrizionista”.