C’è chi scopre l’arrampicata per curiosità, chi per sfida personale, chi perché ha visto spuntare una parete colorata in un parco della propria città. Negli ultimi anni il “climbing” è diventato una presenza stabile nel panorama sportivo urbano e, proprio mentre il numero di appassionati cresceva fino a farlo definire uno sport “di tendenza”, questa disciplina cominciava anche a entrare negli ospedali come strumento riabilitativo, in progetti-pilota che ne stanno rivelando un potenziale fino a poco fa inatteso.
I dati
I numeri danno la misura del fenomeno: 5 milioni di praticanti in Europa, 450 mila in Italia. E, soprattutto, una crescita rapidissima dei tesseramenti alla Federazione Arrampicata Sportiva Italiana (Fasi), passati dai 15 mila del 2010 ai 30 mila del 2018, fino ai circa 92 mila attuali. L’effetto Tokyo 2020 – quando la specialità ha fatto il suo ingresso tra gli sport olimpici – ha certamente contribuito allo sprint, ma non basta da solo a spiegare l’entusiasmo. Conta molto, invece, che l’arrampicata riunisca elementi che oggi “risuonano” in noi con particolare importanza: è un’attività economica e accessibile, che può essere praticata sia al chiuso sia all’aperto e che ha una forte componente aggregante, pur essendo, di base, istintiva.
"Una forma primordiale di esplorazione”
Le sue radici moderne affondano negli Stati Uniti degli anni 50 e 60, quando il “free climbing” si affermò come gesto libero, quasi di “ribellione” all’alpinismo tradizionale. Davide Battistella, medico dello sport e presidente della Fasi, spiega perché l’attrazione per l’arrampicata ha origini profonde: “È un movimento che appartiene al nostro schema motorio di base. I bambini, prima di camminare, infatti, si sollevano aggrappandosi: possiamo dire che è una forma primordiale di esplorazione”. Un gesto che favorisce coordinazione, propriocettività, equilibrio e perfino autostima. “In molte scuole dell’infanzia, soprattutto in Francia, si installano piccole pareti proprio per stimolare questo tipo di abilità”.
E forse è questa combinazione tra il richiamo ancestrale e la spinta liberatoria, così fortemente percepita in questo momento storico, ad aver reso il “climbing” un fenomeno contagioso. Fatto sta che, mentre le città si riempiono di pareti, il mondo medico sta osservando con attenzione quello che potrebbe diventare uno strumento terapeutico sempre più importante.