Salute

Un coltello a scuola non è un raptus: è il vuoto lasciato dagli adulti

Abanoub Yousef, lo studente ucciso a La Spezia
Abanoub Yousef, lo studente ucciso a La Spezia (ansa)

Qualche giorno fa, in una scuola di La Spezia, un ragazzo è morto dopo essere stato accoltellato in classe, durante l’orario di lezione

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Qualche giorno fa, in una scuola di La Spezia, un ragazzo è morto dopo essere stato accoltellato in classe, durante l’orario di lezione. È stato ucciso a scuola. Non in strada, non in un contesto criminale, ma tra i banchi. Questo dato, da solo, dovrebbe bastare a interrompere ogni riflesso difensivo e ogni spiegazione frettolosa. Perché un coltello portato da casa e usato in un’aula non è un gesto improvviso. Non è un raptus. È l’esito finale di un processo lungo, silenzioso, spesso ignorato.

Davanti a una morte così, la domanda non può essere soltanto “che cosa è successo quel giorno”. La domanda più onesta e necessaria è: perché oggi succede. Perché sempre più ragazzi arrivano a gesti che non prevedono ritorno. Perché, di fronte al conflitto, non trovano più parole ma azioni irreversibili. Viviamo in un tempo che ha drasticamente ridotto la tolleranza alla frustrazione. La rabbia non viene più pensata, viene scaricata. L’umiliazione non viene elaborata, viene colpita. Il fallimento non viene attraversato, viene rifiutato.

Quando l’emozione supera la soglia, la mente si spegne e il corpo prende il comando. La scuola dovrebbe essere il luogo del confine: non solo dell’apprendimento, ma della tenuta emotiva e relazionale. Il luogo in cui si impara che non tutto è possibile, che esistono limiti, che l’altro non è un bersaglio. Ma un limite funziona solo se chi lo rappresenta riesce a reggerlo. Non basta dichiararlo. Bisogna sostenerlo, anche quando è faticoso. Oggi molti ragazzi crescono osservando adulti incerti, che spiegano molto e tengono poco, che temono il conflitto, che confondono il contenimento con l’autoritarismo e il limite con la punizione. E quando il confine vacilla, il messaggio che passa è semplice e devastante: non c’è nessuno che tiene.

In questo vuoto, il coltello non è solo violenza. È una forma primitiva di regolazione emotiva. Dà l’illusione di controllo quando dentro c’è caos, di potere quando ci si sente insignificanti, di identità quando non si sa più chi si è. Comprendere questo non significa giustificare, ma impedire che la realtà venga ridotta a una formula rassicurante. Continuare a parlare solo di sicurezza, di repressione, di controlli, necessari ma tardivi, significa arrivare sempre dopo. Quando il danno è già irreparabile. Viviamo in una società che espone continuamente i ragazzi al giudizio, alla competizione, alla perdita di valore, ma investe pochissimo sull’educazione emotiva, sulla gestione della rabbia, sull’apprendimento del limite. Si parla molto di diritti, giustamente, ma sempre meno di responsabilità come processo che si costruisce nel tempo, dentro relazioni solide e ruoli chiari.

Oggi c’è un ragazzo morto. E ogni volta che accade una tragedia simile ci affrettiamo a dire che “non doveva succedere”, che “la scuola è un luogo sicuro”, che “si trasmettono valori”. Tutto vero. Ma non basta. Il punto non è solo cosa diciamo ai ragazzi, ma quanto siamo capaci di reggere ciò che portano: la rabbia, l’opposizione, la frustrazione, il dolore. Perché se nessuno tiene prima, qualcuno esploderà dopo. Un coltello in uno zaino non nasce la mattina stessa. Nasce nel tempo, nel silenzio emotivo, nel vuoto lasciato dagli adulti. E continuare a chiamarlo “caso isolato” non è prudenza. È rimozione.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, è presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche