I dati dell’indagine realizzata da Dite e Anap su oltre 500 persone. “Fa parte della mia vita”
4 minuti di lettura
Lo smartphone è un compagno di vita che rischia di diventare sempre di più una dipendenza, non solo per gli adolescenti ma anche per le persone della terza età. L’82,7% dei ‘nonni’ utilizza lo smartphone ogni giorno, mentre il 40,6% dichiara di passarvi molte ore al giorno. A rivelarlo l’indagine “Nonni Digitali”, realizzata dall’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche GAP e Cyberbullismo (Di.Te.), in collaborazione con l’ANAP Confartigianato, su un campione di 562 persone.
Un utilizzo che fotografa un cambiamento nelle abitudini quotidiane e nella gestione del tempo. “Quando oltre otto nonni su dieci usano lo smartphone quotidianamente e quattro su dieci lo utilizzano per molte ore, non siamo più davanti a un semplice strumento - spiega Giuseppe Lavenia, presidente di Di.Te. – . In questi casi, il digitale diventa un regolatore emotivo, utilizzato per riempire vuoti e attenuare il senso di solitudine”.
“Un ruolo centrale nella mia vita”
Oggi il cellulare ha un ruolo centrale nella vita di tutti, non solo dei giovanissimi. “Proprio in questo momento – racconta Fausta Gandolfi, 73 anni, che ha partecipato all’indagine – stavo fotografando dei documenti. Lo smartphone ha un ruolo molto importante nella mia vita. Ogni tanto vado in fissa con qualche pagina web, come adesso che metto oggetti su un sito per regalarli. Sta diventando una dipendenza”.
In alcuni momenti della giornata il cellulare è un compagno dal quale è difficile staccarsi. “La sera mi faccio compagnia navigando. Mi rilassa lì per lì, ma poi faccio fatica ad addormentarmi. Il medico mi ha detto di fare attenzione perché è un eccitante. Per fortuna non è ancora una dipendenza vera e propria per me”, aggiunge Gandolfi.
(Foto Unsplash)
La reperibilità continua
Un dato particolarmente critico riguarda la reperibilità continua: il 38,8% degli anziani intervistati dichiara di sentirsi obbligato a rispondere immediatamente a messaggi o chiamate, mentre il 34% prova disagio se dimentica lo smartphone a casa. “È l’ingresso anche di questa generazione nella logica dell’urgenza digitale – osserva Lavenia – . Una pressione che genera stress silenzioso”.
La ricerca evidenzia una solitudine spesso compensata dal digitale. Il 21,7% degli intervistati afferma che lo smartphone fa sentire meno soli (spesso o sempre), un dato che sale in modo significativo tra chi vive da solo, il 20,3% del campione.
"Quando è la tecnologia a ridurre la solitudine - aggiunge Lavenia - significa che la solitudine è già strutturata. Il digitale non la cura, la anestetizza. La solitudine, quando diventa abitudine, è pericolosa. La tv prima e il web poi possono trasformarsi in una compagnia silenziosa, che non chiede nulla e non restituisce nulla. Il rischio principale non è il mezzo, ma l’uso sostitutivo: quando lo schermo prende il posto delle relazioni, del corpo, del tempo che scorre lento ma vivo. Più ore online possono significare meno movimento, meno stimoli cognitivi reali, meno contatto umano. E lentamente si restringe il mondo: si guarda la vita, invece di viverla”.
Secondo l’esperto, il web può creare più dipendenza della tv, perché propone un modello che non è passivo. “La tv accompagna, il web risponde. Notifiche, messaggi, video brevi, like: il web dà l’illusione di essere visti, considerati, scelti. Per una persona anziana, che spesso si sente “messa da parte”, questo è potentissimo. Il meccanismo è dopaminergico, riguarda il modo in cui la dopamina, agisce nel cervello, principalmente attraverso il sistema di ricompensa, motivandoci a ripetere comportamenti piacevoli. Il meccanismo di attesa–ricompensa–attesa. Non guardo soltanto, partecipo. E questo può agganciare molto più profondamente”, spiega Lavenia.
Bilanciare vita online e offline
È quindi fondamentale bilanciare vita online e offline, promuovendo attività nel mondo reale e supporto sociale. Ma come tutelare la salute di un parente anziano? “La prima tutela è la presenza. Non il controllo, ma l’interesse autentico. Chiedere: “Cosa fai online?”, non “Quanto tempo stai online?”. Condividere, spiegare, stare accanto. Poi favorire occasioni concrete: centri di aggregazione, attività motorie leggere, volontariato, piccoli impegni settimanali. L’anziano va rimesso al centro di una rete reale, non isolato da quella digitale”, spiega Lavenia.
Il detox tecnologico
Esistono indicazioni da seguire se il tempo passato in rete diventa eccessivo. “Più che tempi rigidi, servono rituali sani. Il web non dovrebbe occupare i momenti chiave della giornata: il risveglio, i pasti, la sera prima di dormire. Un detox digitale non si impone, si accompagna – aggiunge l’esperto – . Si propone un’alternativa: una passeggiata, una telefonata vera, un’attività manuale. Togliere senza sostituire aumenta il vuoto. E il vuoto fa paura”.
Il rischio truffe
Preoccupano anche i dati relativi alla sicurezza online emersi dalla ricerca. Il 31,7% dei partecipanti dichiara di imbattersi spesso o sempre in fake news o tentativi di truffa, nonostante il 46,4% ritenga di saper gestire adeguatamente la propria privacy online. Una discrepanza che segnala una falsa percezione di controllo e una vulnerabilità ancora elevata.
"La fiducia, la gentilezza e il bisogno di relazione espongono chi è avanti con l’età a questo rischio. Gli anziani cresciuti in un mondo dove la parola aveva valore fanno più fatica a immaginare che dietro uno schermo qualcuno possa mentire con tanta facilità. Inoltre, la scarsa alfabetizzazione digitale rende più difficile riconoscere segnali di allarme: urgenze emotive, richieste di denaro, storie costruite per fare leva su paura o affetto. Non è ingenuità: è vulnerabilità emotiva”, aggiunge l’esperto.
L’agenda digitale
Il cellulare diventa sempre di più un’agenda digitale per programmare le giornate. Sul piano cognitivo, il 44,7% utilizza lo smartphone spesso o sempre per ricordare appuntamenti, impegni o terapie, confermando una crescente delega allo strumento anche per funzioni di base della quotidianità.
WhatsApp sempre più diffuso
WhatsApp risulta ampiamente diffuso, con il 77,2% del campione che lo utilizza regolarmente. Dalle interviste emerge che la comunicazione non sempre si traduce in confronto reale: i conflitti familiari vengono raramente dichiarati, suggerendo una tendenza alla rinuncia al dialogo per timore di disturbare o di essere esclusi.
Un dialogo fra generazioni
Il digitale può essere comunque un ponte per fare dialogare le generazioni e combattere la solitudine. "Mia nipote di 10 anni, già un poco di tempo fa, mi ha insegnato a fare i video e i vocali. Registrare gli audio è utilissimo anche per evitare di scrivere messaggi lunghi”, aggiunge Gandolfi. Segno che per un anziano sapere usare questo strumento è utile anche per comunicare al meglio con i più giovani.
"La tecnologia – spiega Lavenia – è una ricchezza enorme, se usata bene. La possibilità di vedere crescere un nipote lontano, di ritrovare un compagno di scuola, di sentirsi ancora parte del mondo. La rete può ridurre le distanze, non sostituire le relazioni. Può essere un ponte, non una tana. Il punto non è spegnere lo schermo, ma riaccendere il legame”.