Salute

Crans Montana, come si ricostruisce il cuoio capelluto dei grandi ustionati

Il reparto grandi ustionati CTO Torino
Il reparto grandi ustionati CTO Torino 

Il lungo percorso per restituire ai pazienti i capelli. Un problema che si presenta anche in caso di tumore. La donazione di capelli come sostengo per chi affronta una situazione che ha anche un forte impatto psicologico

5 minuti di lettura

Riconoscersi allo specchio dopo una grande ustione è uno degli aspetti più dolorosi per un paziente. Tra coloro che dovranno affrontare questo percorso ci sono anche i feriti dell’incendio di Crans-Montana, che ha coinvolto soprattutto giovani: molti di loro hanno riportato ustioni al volto e al cuoio capelluto e dovranno lavorare a lungo sull’immagine di sé.

La fase acuta: salvare la vita e ricostruire i tessuti

Nei grandi ustionati il percorso inizia dall’emergenza. La rapidità dei soccorsi e l’invio in un centro grandi ustionati sono determinanti per la sopravvivenza. “La centralizzazione precoce è il primo fattore che incide sulla prognosi”, spiega Massimo Navissano, direttore della Chirurgia plastica e ricostruttiva del CTO di Torino. Una volta arrivati in un centro specializzato, i pazienti vengono presi in carico dagli anestesisti rianimatori; solo dopo la stabilizzazione delle funzioni vitali può iniziare la fase chirurgica. Gli interventi iniziali hanno un obiettivo funzionale: rimuovere il tessuto necrotico e ripristinare rapidamente una copertura cutanea.

“La cute ha un ruolo vitale – sottolinea Navissano – protegge dalle infezioni, limita la perdita di liquidi e riduce il dolore dovuto all’esposizione delle terminazioni nervose”. Per questo, nelle prime fasi si utilizza spesso cute di banca da donatore, una soluzione temporanea ma indispensabile, soprattutto quando il paziente non dispone di superfici sane sufficienti per un autotrapianto immediato.

Le ustioni del volto e del cuoio capelluto rappresentano un capitolo a parte. “Sono tra le più complesse – spiega Navissano – perché spesso associate a danni alle vie respiratorie e perché coinvolgono strutture altamente specializzate come occhi, bocca e naso”.

Dopo la copertura definitiva e il superamento della fase critica, il paziente esce dal centro ustioni: la vita è salva, ma il percorso è tutt’altro che concluso.

La seconda fase: quando entrano in gioco i capelli

Solo dopo la guarigione dei tessuti e la stabilizzazione delle cicatrici si apre una seconda fase, completamente diversa, che riguarda la ricostruzione dell’immagine.

"Riconoscersi allo specchio dopo una grande ustione è uno degli aspetti più complessi e dolorosi per un paziente – spiega Chiara Insalaco, chirurgo plastico ed esperta nella ricostruzione dei capelli. Un’ustione, soprattutto quando coinvolge il volto, può alterare profondamente i lineamenti, fino a cambiare la fisionomia di una persona. “Da un giorno all’altro non ci si riconosce più”, spiega.

E il paziente deve affrontare un percorso che richiede pazienza. “Per il cuoio capelluto parliamo di tempi lunghi – chiarisce Navissano – spesso almeno un anno, ma nei grandi ustionati anche di più, perché le cicatrici possono restare infiammate a lungo”. Se alcune aree conservano bulbi piliferi vitali, è possibile utilizzare tecniche di espansione cutanea; in altri casi si può valutare il trapianto di capelli, ma solo quando la cute cicatriziale è stabile. È qui che il tema smette di essere solo chirurgico e diventa identitario.

Capelli, quando la perdita va oltre il corpo

La perdita dei capelli, quando è conseguenza diretta dell’ustione dei tessuti, rappresenta spesso una frattura identitaria. “I capelli sono identità, femminilità, virilità, bellezza. Quando questa perdita arriva dopo un evento traumatico così violento, si accompagna spesso a una profonda non accettazione della propria nuova immagine”, osserva Insalaco.

Anche in situazioni apparentemente meno drammatiche, la sofferenza può essere intensa: “Mi confronto ogni giorno con persone che perdono i capelli per cause diverse, e anche in questi casi la crisi è spesso molto profonda”. Non è un caso che “da sempre, nella storia dell’uomo – dall’antico Egitto in poi – i capelli hanno avuto un ruolo centrale in termini di potenza. Perderli significa perdere sicurezza, perdere una parte di sé”.

Un disagio che diventa ancora più forte nei pazienti più giovani: “Negli adolescenti, già impegnati nella costruzione della propria identità, l’impatto emotivo è amplificato”.

Non è chirurgia estetica, ma ricostruzione dell’identità

La ricostruzione dei capelli dopo un’ustione è un percorso completamente diverso rispetto alla chirurgia estetica tradizionale, sia sul piano medico sia su quello emotivo. “Se l’estetica nasce spesso da un desiderio di miglioramento, qui ci troviamo davanti a situazioni molto più complesse. Non si tratta di un singolo intervento, ma di un percorso lungo e articolato, fatto di più fasi e tempi diversi, su una cute gravemente danneggiata”. In questi casi, il primo obiettivo non è estetico, ma funzionale.

“È necessario risanare i tessuti, permettere alla cute di guarire, riepitelizzarsi, diventare stabile, anche se segnata da cicatrici e alterazioni della qualità e della consistenza”. Solo in una fase successiva si può pensare alla chirurgia estetica o al trapianto di capelli. “Agire su un tessuto ustionato è molto più complesso rispetto a un tessuto sano – conclude Insalaco – e i risultati non sono sovrapponibili: i tempi sono lunghi, talvolta parliamo di anni”.

Il corpo che cambia e il segno più visibile della malattia

Se le ustioni segnano il corpo in modo improvviso e violento, anche la malattia oncologica costringe ogni giorno a fare i conti con segni visibili. Dagli accessi vascolari esterni fino a quello che resta uno degli effetti più impattanti delle terapie: la perdita dei capelli.

“Non è solo una questione estetica – spiega Antonella Varetto, psicologa clinica della Città della Salute e della Scienza di Torino – ma un cambiamento profondo dell’immagine di sé. I capelli sono parte dei connotati del volto e la loro caduta ha una valenza simbolica fortissima, perché ricorda continuamente la malattia e il fatto che il proprio corpo non è più quello di prima”.

Un paradosso che pesa psicologicamente: la caduta arriva durante le cure, proprio mentre si sta lottando per guarire. “La sofferenza riguarda donne e uomini e ha molto a che fare con il tema del controllo. Nella vita quotidiana il capello è qualcosa che possiamo governare; nella malattia oncologica, invece, si perde il controllo su molti aspetti: dalla salute all’idea stessa del corpo, fino all’affidare la propria vita ai curanti”.

Parrucche, scelte generazionali e nuovi modi di abitare il corpo

Negli ultimi anni il rapporto con i capelli sta cambiando, soprattutto a livello generazionale. Sempre più pazienti, all’inizio della caduta, scelgono di radersi subito; in altri casi i capelli residui vengono utilizzati per coprire cicatrici chirurgiche. Tra le donne più giovani si ricorre meno alle parrucche e più a foulard, turbanti e soluzioni alternative.

“Mostrare l’assenza dei capelli può diventare un modo per dichiarare una battaglia in corso, per rendere visibile un percorso di resistenza”, spiega Varetto. Per questo l’uso della parrucca non è mai una soluzione automatica: “Va inserita in un percorso di accompagnamento, condiviso con i curanti e con lo psicologo. Se proposta senza preparazione, può trasformarsi essa stessa in un trauma”.

La Banca dei Capelli

La Banca dei Capelli nasce dodici anni fa da un’intuizione maturata all’interno di un’esperienza tutta al femminile. “Una delle socie ci raccontò il doppio dramma vissuto da una sua amica: il cancro e gli effetti delle cure”, racconta Franco Chimienti, presidente dell’associazione. “Da quel racconto è partita una riflessione che ci accompagna ancora oggi”.

Un paradosso solo apparente, confermato dall’esperienza sul campo: “Spesso la paura della perdita dei capelli è più forte di quella legata alla malattia stessa”.

Oggi il progetto è portato avanti in larga parte da donne – volontarie, donatrici, professioniste – che ne rappresentano la spina dorsale. La Banca dei Capelli raccoglie trecce e ciocche di almeno 30 centimetri, le seleziona e le invia ad aziende convenzionate che, in cambio, forniscono parrucche organiche o sintetiche da donare gratuitamente a chi ne fa richiesta.

Restituire un volto per ritrovare fiducia

“Chi arriva da noi è spesso disorientato, teme l’immagine che lo specchio restituirà più della terapia stessa”, spiega Chimienti. Nella maggior parte dei casi viene consigliata una parrucca sintetica di alta qualità, più pratica nella gestione quotidiana; quelle organiche restano indicate nei casi di alopecia permanente. Il progetto, che ha già permesso di donare oltre 1.600 parrucche, è a costo zero: nessun passaggio di denaro, solo uno scambio virtuoso con le aziende partner.

Accanto ai capelli arrivano spesso biglietti scritti a mano, riflessioni, poesie. “Sono testi che parlano di fragilità, solidarietà e cura”. Trasformare un semplice annesso cutaneo in fiducia, forza e speranza è la missione della Banca dei Capelli. “La reazione di chi riceve una parrucca è difficile da raccontare: è un volto che rinasce. E quella luce finisce sempre per illuminare anche noi”. Con una speranza finale: quella che un giorno, con la guarigione, la parrucca non sia più necessaria.