Per sei anni Lady Gaga ha fatto parte del consiglio di amministrazione di una società di biotecnologie senza che nessuno lo sapesse. Non una controllata del suo marchio di cosmetici Haus Labs, non un’operazione di immagine: una startup di ricerca pura, con laboratori e articoli scientifici, in cui compariva con il suo nome anagrafico, Stefani Germanotta, tenuto volutamente fuori dai riflettori. A rivelarlo per primo è stato il compagno Michael Polansky al Rolling Stone: “È stata una sua idea”, ha raccontato, poi il riserbo è caduto il 21 agosto, quando la stessa Gaga ha rotto il silenzio con un post su Instagram — comparsa rara e per certi versi unica al di fuori della sua attività artistica, dove ha presentato la piattaforma su cui l’azienda lavorava da anni. È il debutto pubblico di Outer Bio, che il 24 agosto ha annunciato ufficialmente l’uscita dalla fase di silente.
Perché è importante la pelle
Non è la prima incursione di Gaga nella cosmesi ma qui il ruolo cambia: non testimonial, non fondatrice di brand, bensì socia di una società che fa ricerca di base sulla pelle umana. Ma dietro il nome dell’artista mondiale, però, c’è una questione che riguarda la dermatologia molto più della star: come si studiano gli effetti di una sostanza sulla pelle umana, se sperimentare direttamente sulle persone non si può e sugli animali, in Europa, non si può più.
Il limite dei modelli attuali
Da quando l’Unione europea ha vietato i test su animali per i cosmetici e i loro ingredienti, l’industria si è spostata su colture cellulari, epidermidi ricostruite in vitro e organoidi. In Europa il riferimento più avanzato è oggi la francese Genoskin, che mantiene la pelle in coltura fino a sette giorni. Sono strumenti validati e affidabili per rispondere a domande precise: queste sostanze irritano? Sono tossiche? Il tessuto umano prelevato e mantenuto in coltura, invece, conserva l’architettura reale: epidermide, derma, cellule immunitarie, matrice. Il problema è che sopravvive pochi giorni.
Trenta giorni cambiano la ricerca
Pochi giorni bastano per misurare una tossicità acuta, non per osservare i processi che interessano davvero la dermatologia: il rimodellamento del collagene, il recupero della barriera cutanea, le variazioni della pigmentazione, la cicatrizzazione. Sono fenomeni che si misurano in settimane. “Oggi il modello di riferimento in Europa, quello della francese Genoskin, arriva al massimo a sette giorni di vitalità”, spiega Steven Paul Nisticò, direttore della Scuola di specializzazione in Dermatologia dell’Università La Sapienza di Roma. “Se il tessuto di Outer Bio mantiene davvero l’integrità biologica per trenta giorni, si tratta di un progresso potenzialmente significativo. Ma naturalmente tutto va dimostrato: quando condurranno studi comparativi diretti con i modelli già disponibili, si potrà verificare la reale validità dell’approccio”.
L’anello chiuso tra algoritmo e tessuto
La seconda parte del meccanismo è l’intelligenza artificiale, e non è quella generativa: è un modello predittivo addestrato su milioni di dati che indica quali composti mai testati hanno probabilità di agire su una funzione specifica della pelle. Quelle molecole vengono provate sul tessuto vivo, e il risultato — che la previsione sia giusta o sbagliata — rientra nel modello e migliora il tentativo successivo. Secondo la tecnologia descritta dall’azienda, il sistema pre-seleziona fino a 750 milioni di composti l’anno prima ancora che uno sia sintetizzato.
Un’accelerazione che, secondo Nisticò, non riguarda solo Outer Bio ma l’intero comparto: “Per lo studio di nuove molecole, sia antinfiammatorie sia anti-età, è molto interessante come approccio. Oggi si sono create convergenze di interessi che prima non esistevano: dai farmaci biologici e dalla target therapy, che agiscono direttamente sulle citochine, fino ai grandi gruppi dell’industria dermocosmetica anti-aging. Questi modelli servono a studiare malattie infiammatorie croniche della pelle, meccanismi di invecchiamento e oncologia cutanea”.
Che cosa non può dire un pezzo di pelle in una piastra
Qui serve la cautela che manca nella maggior parte dei racconti anglosassoni. Un tessuto isolato non ha circolazione sanguigna, né ormoni, né metabolismo sistemico, né la variabile decisiva del comportamento di una persona nel tempo. “La domanda cruciale è se le funzioni fisiologiche della cute restano intatte lungo tutto l’arco di tempo”, osserva Nisticò. “Va detto che lo stesso gruppo di ricerca è piuttosto cauto: non rivendica scoperte eclatanti, ma un approccio che potrebbe aprire una frontiera diversa. Il vero banco di prova sarà raggiungere, con questo modello, gli stessi endpoint già validati sui modelli esistenti”. I risultati sono documentati in un preprint su bioRxiv, non ancora passato dalla revisione tra pari.
La questione del tessuto donato
Resta il nodo etico, che in Italia interessa più che altrove. La società dichiara, nella pagina dedicata alla filiera di approvvigionamento del tessuto, di ricevere i campioni tramite biobanche e intermediari accreditati, sotto il controllo di comitati etici, con consenso documentato del donatore e in forma anonima. È il punto su cui è ragionevole attendersi il dibattito più acceso, perché sposta materiale biologico umano dal terreno della ricerca sanitaria a quello, molto più remunerativo, dell’industria cosmetica dermatologica.