Salute

Fare esperienze creative rallenta l’invecchiamento del cervello

Fare esperienze creative rallenta l’invecchiamento del cervello

Compiti difficili ma gratificanti, ci costringono a migliorarci. Se poi sono anche sociali (danza, musica d’insieme, teatro) tanto meglio

3 minuti di lettura

Ballare un tango, studiare uno strumento, disegnare, perfino imparare un videogioco strategico: e se fossero anche un modo per “ringiovanire” il cervello? Non è una fantasia New Age: questa volta c’è un orologio, e misura proprio l’età del cervello.E, a quanto pare, la creatività lo fa andare un po’ più piano.

Lo studio, pubblicato su Nature Communications nel 2025, mette insieme neuroscienze e machine learning per rispondere a una domanda molto concreta: le esperienze creative lasciano una traccia misurabile sulla “salute” del cervello? Gli autori usano i cosiddetti brain clocks, orologi cerebrali che stimano l’età del cervello a partire da segnali M/EEG (elettroencefalogramma e magnetoencefalogramma).

La differenza tra età ‘predetta’ e quella anagrafica

La differenza tra età “predetta” e quella anagrafica si chiama brain age gap (BAG): se è positiva il cervello appare più vecchio del previsto, se è negativa appare più giovane. Per costruire l’orologio, il team ha addestrato un modello su 1.240 persone, imparando a riconoscere i pattern di connettività funzionale tipici delle diverse età. Il modello non è perfetto, ma è abbastanza solido: errore medio di circa 8,7 anni e buona correlazione tra età reale e stimata. Poi arriva la parte interessante: applicarlo a gruppi con diversi livelli di “vita creativa”.

Qui entrano in scena 232 partecipanti presi da dataset già pubblicati: esperti e non esperti di tango, musica, arti visive e videogiochi strategici (StarCraft II), abbinati per età, sesso, istruzione e contesto; più un piccolo studio pre/post in cui persone non esperte fanno 30 ore di training su StarCraft II, con un gruppo di controllo attivo (Hearthstone). Risultato: in media, gli esperti mostrano un cervello “più giovane” di circa 5,5 anni rispetto ai non esperti. E l’effetto si vede in tutti i domini: circa 7 anni nei tangueri, 5 nei musicisti, 6 negli artisti visivi, circa 4 nei gamer. Anche l’apprendimento a breve termine lascia un segno: dopo il training, il cervello appare mediamente più giovane di circa 3 anni rispetto a prima, mentre nel controllo non succede nulla.

Più ‘esperti’ e più giovani

Non solo: più competenza, più “sconto” sull’età cerebrale. Gli autori trovano che il livello di expertise correla con BAG (più sei esperto, più il cervello risulta giovane). E, nel gruppo che si allena al videogioco, chi migliora di più la performance (azioni al minuto) tende anche ad avere una riduzione maggiore del brain age gap. In parallelo, migliorano anche alcune misure attentive in un test di laboratorio, un indizio che non stiamo parlando solo di “riflessi da joystick”.

Il punto chiave è dove avviene questo presunto ringiovanimento: nelle reti frontoparietali, hub notoriamente vulnerabili all’invecchiamento e cruciali per attenzione, controllo, coordinazione, pianificazione. L’analisi suggerisce che le esperienze creative aumentano la connettività proprio in queste zone “delicate”. E quando vanno a cercare i possibili meccanismi, spunta un’idea coerente con quello che sappiamo su plasticità e invecchiamento: reti più efficienti (soprattutto localmente) e, negli esperti di lungo corso, anche una maggiore “forza di accoppiamento” globale nelle dinamiche cerebrali, come se l’allenamento prolungato rendesse il sistema più integrato e funzionale.

Che cosa non sappiamo

Ora, freniamo l’entusiasmo quanto basta: è un lavoro in gran parte osservazionale e basato su gruppi relativamente piccoli per ogni dominio. Quindi non possiamo dire “il tango ti regala 7 anni di cervello” come fosse una terapia. È plausibile che chi raggiunge livelli alti di expertise abbia anche altri vantaggi: routine, motivazione, socialità, meno stress, magari più movimento. Gli autori controllano vari fattori e usano anche un disegno pre/post con controllo attivo, che rafforza l’ipotesi di un ruolo dell’apprendimento; ma la causalità, soprattutto per l’expertise di anni, resta un obiettivo per studi futuri.

Detto questo, il messaggio pratico è potente e, per una volta, non richiede integratori né biohacking: il cervello sembra “rispondere” a esperienze che combinano attenzione, memoria, coordinazione, feedback continuo e una dose di imprevedibilità. In altre parole: compiti difficili ma gratificanti, che ci costringono a migliorarci. Se poi sono anche sociali (danza, musica d’insieme, teatro) tanto meglio. E se scegliamo i videogiochi, meglio quelli che non sono solo reazione automatica ma richiedono strategia, adattamento, creazione di soluzioni.

Take home messages

  1. La creatività misurabile (arte, danza, musica, apprendimento complesso) si associa a un cervello “più giovane” secondo i brain clocks.
  2. L’effetto scala con l’expertise: anni di pratica contano più di un training breve, anche se imparare qualcosa lascia comunque tracce.
  3. Non è magia: probabilmente è plasticità, efficienza delle reti e allenamento di hub vulnerabili all’età, ma servono studi più grandi per la causalità.

Ref:

https://www.nature.com/articles/s41467-025-64173-9

Aureliano Stingi, dottore in biologia molecolare, lavora nell'ambito dell'oncologia di precisione e longevità

Instagram: Aureliano _Stingi X: @AurelianoStingi