Salute

Perché non possiamo più procrastinare e come smettere

Perché non possiamo più procrastinare e come smettere

Siamo prigionieri dell’insicurezza e rimandare si trasforma in una forma di difesa quotidiana. Giorgio Nardone, psicologo psicoterapeuta, spiega quale strada seguire per reagire a un pericoloso autoinganno

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La scelta che non facciamo, perché non sappiamo a quale opzione siamo disposti a rinunciare. Il disagio di schierarsi, quando siamo invitati a prendere posizione. In una società che offre infinite possibilità di scelta in ogni campo a chi non è capitato di rimanere impigliato nelle maglie dell’insicurezza e di procrastinare una decisione? “E se poi non è la scelta giusta?”, ci chiediamo. E rimandiamo. Ma la notte non sempre porta consiglio e al mattino, come Peneolope con la sua tela, ci ritroviamo al punto di partenza, impantanati nella stessa indecisione. Anzi, ci affondiamo sempre più.

Non si nasce sicuri, lo si diventa

La sicurezza non è un dono di nascita, così come il suo contrario, l’insicurezza. Non si nasce sicuri, lo si diventa, attraverso le esperienze che ci fanno scoprire le nostre risorse e capacità. È una realtà che si costruisce lentamente,giorno dopo giorno.

“Viviamo nel secolo dell’insicurezza personale e sociale; il blocco alla decisione e all’azione e la psicotrappola del rimandare continuamente sono i due copioni più osservabili nell’insicuro, un marchio di fabbrica", spiega Giorgio Nardone, psicologo psicoterapeuta, cofondatore del Centro di Terapia Strategica di Arezzo, che al tema ha dedicato il libro Alla ricerca della sicurezza perduta (Ponte alle Grazie). Eppure – ci rassicura – c’è modo di imparare a fronteggiare le inevitabili tempeste del caso”.

Qual è il meccanismo psicologico che ci porta a non decidere? "Quando non siamo sicuri di fare qualcosa sono due le soluzioni che tentiamo: evitare oppure chiedere aiuto e rassicurazioni. E poi c’è la terza, la più evidente oggi: procrastinare. Non ammettiamo di non essere capaci e non ci impegniamo per diventarlo, ma con un sublime autoinganno ci diciamo che si tratta di qualcosa di cui saremmo capaci, ma che possiamo affrontare un altro giorno. Per poi rimandare ancora e ancora. Ma così confermiamo la nostra incapacità in modo subdolo e alimentiamo l’insicurezza”.

Da dove nasce oggi l’insicurezza? “Il terzo millennio è scenario di conflitti e dinamiche violente che ci riportano indietro nel tempo. Ogni volta che l’essere umano ha comportamenti estremizzati lo fa per insicurezza. La nostra è esasperata, per tanti motivi. Abbiamo assistito al crollo di molti schemi ideologici e ideali che hanno rivelato la loro fragilità. La pandemia ha mostrato i limiti della medicina; le guerre in corso dimostrano che il benessere mondiale è ben lontano dall’essere raggiunto, così come il dialogo tra culture e religioni; il divario economico tra ricchi e poveri è sempre più accentuato. Il benessere, a cui aneliamo, ha creato il paradosso che, più la società ci fa stare bene, più allontaniamo quel qualcosa che ci rende sicuri, vale a dire la costruzione della resilienza personale, la fiducia nelle proprie risorse e la capacità di costruire abilità e competenze”.

I giovani sono più insicuri rispetto alle generazioni precedenti. Perché? “La nostra società è basata sull’iperprotezione e sul permissivismo familiare e sociale. La scuola è sempre più facile. Si è messo in un angolo tutto ciò che è dolore, fatica, sacrificio. I ragazzi non hanno la possibilità di sperimentare la capacità di affrontare ostacoli, superare frustrazioni e paure, gestire la rabbia. Vivono nel piacere della giornata, senza slancio nel futuro”.

Non sempre le forme dell’insicurezza sono manifeste: come le si maschera? “Pensiamo ai ragazzi che si associano alle baby gang per cercare nel gruppo protezione. O a chi manifesta un eccesso di sicurezza e dà giudizi su tutto. È un autoinganno: esprime sentenze sugli altri, perché, se convince gli altri, convince sé stesso, ostentando quello che non ha per crederci”.

C’è un confine tra prudenza sana e paralisi decisionale. Quale è la giusta misura? “Si può essere sicuri solo se accettiamo l’insicurezza esistenziale, non ci affidiamo a promesse salvifiche e ci concentriamo sul migliorare noi stessi. Questo è un percorso costruttivo. Dobbiamo acquisire la capacità di cavalcare le onde della vita da qualunque parte arrivi il destino”.

Da dove cominciare per governare l’insicurezza? “I bambini devono fare esperienze, guidate da genitori e insegnanti, per scoprire ed elevare le proprie capacità personali. Da adolescenti occorre assumersi la responsabilità di migliorare abilità, acquisire più competenze, costruire le capacità su cui si basa la sicurezza personale. È un lavoro su sé stessi continuo”.

Nel concreto, quale strategia può adottare chi continua a rimandare? “Ogni mattina guardiamo la giornata davanti a noi, immaginiamo e elenchiamo tutte le volte che ci verrà da procrastinare, sapendo che significa abdicare all’insicurezza. La sera riguardiamo quella lista e spuntiamo quando effettivamente lo abbiamo fatto. Questo processo di lasciare andare la giornata, avendo maturato un’avversione di pancia (e non di testa), e la verifica serale fanno sì che, gradatamente, gli atti rinunciatari si riducano. È un autoinganno costruttivo”.

C’è anche un’altra tecnica? ”Chiediamoci al mattino che cosa dovremmo fare, se volessimo diventare più insicuri. Prendiamo nota dei disastri previsti. Di sera verifichiamo quanto si è realizzato: constateremo l’infondatezza delle nostre paure nella maggior parte dei casi. Ogni volta che si crea uno scenario di questo tipo nasce un’avversione verso ciò che lo peggiora e si è, quindi, portati ad agire in modo diverso. La verifica aiuta a vedere il cambiamento e a innescare un circolo che non sarà più vizioso ma virtuoso”.