Marco: “L’autismo e l’isolamento, ma l’ippoterapia mi ha aiutato. Oggi faccio il cuoco”
di Ivan Notarangelo
Marco a cavallo
Una diagnosi di autismo non verbale e un mondo interiore chiuso. Marco non parlava ma andare a cavallo, fin da ragazzino lo ha portato ad aprirsi. E a trovare una traiettoria da seguire
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“All’inizio avevo paura. Stavo fermo. Guardavo. Il cavallo respirava forte, così vicino da sentirne il fiato caldo. Non mi faceva male. Poi ho messo la mano. Adesso so come fare. Quando camminiamo insieme, so dove andare”. Marco P. lo ha raccontato così, con parole semplici, la sua prima esperienza di ippoterapia. Aveva 17 anni quando è arrivato all’associazione Rubens, a Torino. Una diagnosi di autismo non verbale, nessuna parola, molta diffidenza. Un mondo interiore chiuso come una porta pesante.
È stato un cavallo ad aprirla, lentamente. Durante le sedute di riabilitazione equestre, Marco ha scoperto la soddisfazione di condurre un animale grande e potente, imparando a rispettarne i tempi e a comprenderne i movimenti. Quel contatto, prima solo corporeo, ha iniziato a trasformarsi in comunicazione. Prima gesti, poi suoni, infine parole piccole ma fondamentali per lo scambio relazionale. Con il tempo ha memorizzato le sequenze logiche necessarie per sellare, condurre, prendersi cura. Ha imparato a orientarsi nello spazio, a tracciare traiettorie e figure in campo insieme alla sua operatrice e alla cavalla di colore sauro di nome Manú. Dentro quella relazione, fatta di gesti, fiducia e presenza, sono germogliate le prime parole di una nuova autonomia.
Il cavallo come mediatore terapeutico
L’esperienza di Marco non è un caso isolato. Negli ultimi anni, diversi studi scientifici hanno confermato l’efficacia degli interventi assistiti con i cavalli nel migliorare la comunicazione, la capacità di attenzione e alcune funzioni cognitive nei ragazzi con disturbo dello spettro autistico.
Un corso di ippoterapia organizzato dall'associaizone Rubens
Il cavallo non giudica e non pretende: è un partner silenzioso, ma pieno di segnali da decifrare. L’andatura ritmica stimola equilibrio, coordinazione, consapevolezza corporea; la relazione con l’animale diventa uno spazio sicuro per sperimentare fiducia e contatto. Come spiega lo psicoterapeuta Matteo Lancini, da anni impegnato nel lavoro clinico e nella formazione degli operatori, “la relazione con l’animale, in particolare con il cavallo, consente di costruire un legame non mediato dal linguaggio ma dal gesto e dalla presenza, restituendo ai ragazzi un senso di efficacia e di riconoscimento che spesso la relazione umana ha loro negato”. Nel caso di Marco, il percorso in campo è diventato una metafora concreta della vita: imparare a seguire le traiettorie, a non perdere la direzione, a fidarsi del passo dell’altro.
Per molto tempo, anche con un’educativa domiciliare serrata, si è parlato solo di ciò che Marco avrebbe dovuto imparare a fare. Non di cosa avrebbe voluto essere. Poi un giorno, semplicemente tagliando una zucchina, qualcuno ha notato la precisione dei gesti, l’attenzione ai tempi, la concentrazione. Da allora la cucina è diventata la sua nuova palestra di vita: memoria di lavoro, sequenze, parole specifiche, contesto sociale.
Marco (il primo a destra) al lavoro
Il lavoro in cucina
Oggi Marco lavora nel bistrot della Rubens, sessanta chilometri da casa, dove prepara piatti semplici ma curati. Un cuoco che si i impegna molto nel lavoro. Per arrivarci percorre da solo un tragitto di un’ora e mezza, con tre pullman, un GPS e una targa che spiega: “Mi chiamo Marco, sono in difficoltà, chiamate il numero…”. Un percorso che è già, di per sé, un simbolo di emancipazione. La scorsa settimana ha servito per la prima volta ai tavoli, leggendo dal menu del giorno. E chissà che un giorno non lo si ritrovi davvero in una cucina rinomata, da qualche parte nel mondo.
In Italia sono ancora troppe le famiglie che affrontano l’autismo in solitudine, tra diagnosi precoci, lunghe attese per le terapie e una cronica carenza di servizi strutturati. È qui che realtà come l’associazione Rubens fanno la differenza: creando percorsi di vita, non solo di cura. Dalla riabilitazione equestre ai laboratori di cucina, dalla formazione professionale all’inclusione lavorativa, Rubens accompagna i ragazzi e le loro famiglie nella costruzione di autonomia, competenze e senso di appartenenza. Dietro al silenzio di tanti ragazzi come Marco si nasconde una ricchezza ancora da scoprire e un potenziale che, se sostenuto, può trasformarsi in una storia di libertà.
I numeri in Italia e i servizi pubblici disponibili
In Italia si stima che un bambino su 77 tra i 7 e i 9 anni presenti un disturbo dello spettro autistico, con una prevalenza maschile di quattro a uno. Secondo l’Osservatorio Nazionale Autismo dell’Istituto Superiore di Sanità (2024), i centri pubblici e accreditati per la diagnosi e la presa in carico sono 1.214, ma la distribuzione resta diseguale: il 53% al Nord, il 21% al Centro, il 26% nel Sud e nelle Isole.
Gli interventi per l’autismo rientrano nei Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), che prevedono programmi personalizzati e multidisciplinari, ma le famiglie segnalano ancora lunghe liste d’attesa e carenze di personale specializzato. Nel settembre 2025 la Conferenza Unificata ha stanziato 30 milioni di euro per progetti di inclusione sociale e lavorativa delle persone nello spettro: un passo importante, ma ancora insufficiente rispetto ai bisogni reali di una popolazione in crescita. Eppure, come mostra la storia di Marco, quando pubblico e privato sociale si incontrano, anche il silenzio può diventare voce.