È una malattia tabù, perlopiù sussurrata con imbarazzo negli studi medici. Eppure, oltre la metà della popolazione adulta ne soffre almeno una volta nella vita. La malattia delle emorroidi è troppo spesso considerata un “fardello” che va nascosto, gestito perlopiù con palliativi locali e poco efficaci, a scapito della qualità della vita. La buona notizia è che medici e ricercatori non la ignorano e né trascurano. Anzi, un gruppo di specialisti italiani dell’IRCCS Policlinico San Donato sta promuovendo una gestione più personalizzata della malattia emorroidaria sintomatica.
Linee guida
Portavoce di questo cambiamento è Angelo Stuto, responsabile dell’Unità di Chirurgia Coloproctologica e del Pavimento Pelvico all’IRCCS Policlinico San Donato, autore di un paper pubblicato sulla rivista JAMA, che mette in evidenza alcuni limiti delle linee guida basate esclusivamente su classificazioni tradizionali, che cioè non prendono in considerazione il singolo paziente, ma solo la patologia. Oggi il lavoro prosegue con lo sviluppo di un protocollo di Intelligenza Artificiale per affinare ulteriormente la stratificazione dei pazienti e supportare scelte terapeutiche “sartoriali”, su misura per ogni persona: la cura del paziente e non la cura della patologia del paziente.
Gli “ammortizzatori”
“Prima di tutto, sfatiamo un mito: le emorroidi non ‘vengono’, ci sono già dalla nascita”, precisa subito Stuto. “Il tessuto emorroidario è parte integrante del nostro corpo. Non sono semplici vene varicose – continua – ma cuscinetti specializzati composti da arterie e vene. La loro funzione? Fare da ammortizzatori durante il passaggio delle feci e aiutarci nella continenza”. In pratica, sono nostri alleati, finché qualcosa non si rompe. Quando i piccoli legamenti che li tengono in sede cedono, compare il prolasso o il sanguinamento tipico, spesso senza dolore. E qui, per anni, la medicina è rimasta incastrata in una classificazione rigida: primo, secondo, terzo o quarto grado.
Cure “su misura”
La proposta di Stuto e del suo team sta proprio nel superamento di questa classificazione. “Abbiamo mosso una critica costruttiva alle linee guida attuali”, racconta Stuto. “Non ha senso parlare solo di ‘grado’. Dobbiamo guardare – continua – chi abbiamo davanti: è un uomo o una donna? Che età ha? Che tipo di sessualità pratica? Prende anticoagulanti? E così via”. È la medicina di precisione applicata alla proctologia.
Invece di adottare lo stesso protocollo per chiunque abbia un “secondo grado”, il medico diventa un “sarto” che cuce la miglior terapia per ogni singolo paziente. “Per una venticinquenne con un piccolo sanguinamento? Meglio il laser, soft e poco aggressivo”, fa qualche esempio Stuto. “Per un ottantenne che assume farmaci per il cuore? Meglio gli ultrasuoni, mirati e rapidi. Per un uomo cinquantenne con un prolasso importante? Si interviene con la stapler (una sorta di suturatrice meccanica) per riposizionare i tessuti prolassati”, aggiunge.
Tecniche ambulatoriali
Le soluzioni alla patologia emorroidaria sono ormai varie. Per i casi iniziali o per pazienti che non possono affrontare un’anestesia, esistono opzioni che non richiedono nemmeno il ricovero. “Tra queste rientra la legatura elastica, che prevede l’applicazione di un piccolo anello di gomma alla base del cuscinetto emorroidario per interrompere il flusso sanguigno”, spiega Stuto. “Poi c’è la scleroterapia: un’iniezione di sostanze chimiche che cicatrizzano il tessuto dall’interno”, aggiunge.
Chirurgia mini-invasiva
Quando invece il problema è più radicato, oggi lo specialista può attingere a tecnologie d’avanguardia. C’è, ad esempio, l’opzione laser, ideale per i pazienti giovani o per chi ha sanguinamenti circoscritti. È una tecnica “soft” che agisce per fotocoagulazione, riducendo il trauma e il dolore post-operatorio. “Gli ultrasuoni, invece, vengono utilizzati per l’emorroidectomia escissionale e permettono di tagliare e sigillare i tessuti contemporaneamente, riducendo quasi a zero il sanguinamento durante l’atto chirurgico”, spiega Stuto. “Per i prolassi più importanti e circonferenziali c’è infine la prolassectomia con stapler, in cui si utilizza una suturatrice meccanica che riposiziona i tessuti nella loro sede naturale, agendo in una zona priva di terminazioni nervose dolorose”, aggiunge.
Diagnosi
Abbiamo dunque a disposizione molte soluzioni terapeutiche, che nei fatti si scontrano con un ritardo diagnostico. “Spesso si va dallo specialista dopo quattro o cinque anni di sofferenza inutile”, avverte Stuto. “Quando magari sarebbe bastato un piccolo intervento ambulatoriale per risolvere tutto”, aggiunge. Il ritardo dipende dall’imbarazzo, così come dalla paura del bisturi. Eppure, oggi la chirurgia non è più quella lunga e dolorosissima che ricordano i nostri genitori. È una disciplina fatta di laser, radiofrequenza, ultrasuoni e interventi mininvasivi che permettono di tornare a casa in 24 ore.
“Non c’è motivo di soffrire in silenzio”, sottolinea Stuto. “La chirurgia moderna ha a disposizione un ampio ventaglio di tecniche e lo specialista esperto è in grado di scegliere quella giusta per ogni paziente, a prescindere dalle vecchie classificazioni”.