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Famiglia nel bosco. “Com’è possibile che lo Stato porti via i figli alla madre?”

Famiglia nel bosco. “Com’è possibile che lo Stato porti via i figli alla madre?”

Lavenia e i perché su una domanda sbagliata. Il rischio di trasformare una storia di tutela minorile in una favola ideologica: da una parte lo Stato-persecutore e dall’altra i genitori perseguitati

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Com’è possibile che lo Stato porti via dei figli alla loro madre? È la domanda che scuote, divide, incendia. Ed è anche la domanda sbagliata, o almeno incompleta, se viene posta senza il coraggio di guardare fino in fondo ciò che un tribunale scrive. Perché davanti a vicende come quella della cosiddetta “famiglia nel bosco” il rischio è sempre lo stesso: trasformare una storia di tutela minorile in una favola ideologica. Da una parte lo Stato cattivo che strappa i figli ai genitori. Dall’altra i genitori alternativi perseguitati perché diversi. È una semplificazione che consola chi guarda da fuori, ma tradisce la realtà dei bambini che quella vicenda la stanno vivendo dentro la pelle. Se si legge la precedente ordinanza del Tribunale per i minorenni dell’Aquila e la nuova riportata dai principali organi di stampa, tra cui La Repubblica, il quadro che emerge è molto meno romantico e molto più duro.

Il diritto all’istruzione

I giudici non descrivono una scelta educativa eccentrica. Non contestano il bosco, la natura, la vita appartata. Descrivono altro. Descrivono, innanzitutto, una violazione del diritto all’istruzione. E non in senso astratto, non come disputa teorica tra scuola parentale e scuola pubblica, ma come constatazione concreta di un ritardo nel percorso educativo che il tribunale considera incompatibile con il diritto all’istruzione dei minori. Quando un tribunale scrive che il diritto allo studio di quei figli è stato violato, non sta entrando in un dibattito pedagogico. Sta dicendo che quei bambini sono rimasti indietro in un punto essenziale della loro crescita.

La madre

Ma non c’è solo questo. Nelle relazioni richiamate dall’ordinanza c’è una madre che, secondo quanto riferito da operatori, educatori e servizi, ostacola con crescente veemenza gli interventi predisposti, svaluta chi cerca di aiutare, delegittima gli adulti di riferimento davanti ai figli, ridicolizza i tentativi di mediazione, si oppone alle regole della comunità fino a renderle impraticabili. Non è un dettaglio di carattere. È materia centrale in qualsiasi percorso di tutela minorile. Perché quando un adulto porta i figli a diffidare sistematicamente di ogni figura educativa esterna, quando trasforma ogni regola in un sopruso e ogni confine in un’aggressione, non sta difendendo solo un proprio diritto: sta costruendo intorno ai minori un clima di assedio. La presenza costante della madre viene ritenuta “gravemente ostativa agli interventi programmati e pregiudizievole per l’equilibrio emotivo e l’educazione dei minori”. Non una frase accessoria. È il cuore dell’ordinanza.

Non una separazione definitiva

Significa che, agli occhi del tribunale, quella convivenza in comunità non stava più proteggendo i bambini, ma stava diventando parte del problema. Vale la pena chiarire anche un punto che nel dibattito pubblico viene spesso frainteso. Quando si parla di “allontanamento” non si parla quasi mai di una separazione definitiva. I provvedimenti della giustizia minorile sono per loro natura temporanei e vengono modulati nel tempo sulla base dell’evoluzione della situazione familiare. Non è una cancellazione del rapporto tra genitori e figli, ma una diversa regolazione dei contatti. C’è poi un altro aspetto che nel dibattito pubblico viene spesso rimosso, perché meno spendibile televisivamente: il comportamento dei bambini cambia a seconda del contesto.

Atteggiamenti aggressivi

Nelle relazioni richiamate dall’articolo si racconta che i minori, inizialmente, avevano mostrato adattamento, curiosità, perfino entusiasmo per l’ambiente nuovo, per i giochi, per le attività condivise. In assenza di interferenze, venivano descritti come più gestibili e sereni. Poi, dentro una progressiva escalation di tensione, sono arrivati l’aggressività verso le educatrici, il rifiuto del contatto con le figure di tutela, fino al punto da mettere a rischio anche altri ospiti della struttura. E quando il disagio dei minori viene alimentato, giustificato o perfino usato come prova contro il contesto che dovrebbe aiutarli, il confine della protezione si spezza. L’ordinanza, del resto, rileva criticamente la condotta della madre, ma segnala anche che il padre, negli incontri con i figli, appare capace di rasserenarli, di sostenerli, di offrire una presenza meno conflittuale. Non è un particolare secondario. Serve a capire che il tribunale non si è mosso per ideologia contro la famiglia, ma ha cercato dentro quella stessa famiglia le risorse ancora utili ai bambini. Un provvedimento di allontanamento non è un atto simbolico, è l’esito estremo di un fallimento relazionale e istituzionale già avvenuto.

Prima ci sono i tentativi. Ci sono i servizi. Ci sono le osservazioni. Ci sono i sostegni. Ci sono le eccezioni concesse, come quella di permettere alla madre di restare in comunità insieme ai figli per favorirne l’adattamento. Se poi il tribunale arriva a scrivere che non esistono più modalità alternative praticabili se non il trasferimento dei minori in altra struttura, vuol dire che, per come gli atti descrivono la situazione, quel margine si è consumato. E anche in questo caso non si tratta di un taglio netto dei rapporti.

L’allontanamento non significa che i figli non vedranno più la madre: significa che i contatti vengono ridotti e organizzati in modo diverso, incontri protetti, momenti supervisionati, tempi più regolati, per permettere di lavorare sia sulla tutela dei minori sia sulla possibilità di ricostruire nel tempo una relazione più stabile. È ciò che accade nella grande maggioranza dei percorsi di tutela minorile, salvo i casi davvero estremi. Naturalmente tutto questo non rende la decisione meno dolorosa.

Separare i figli dalla madre

Separare dei figli dalla madre resta un trauma. Nessuno che conosca davvero lo sviluppo infantile potrebbe negarlo. Ma c’è una verità che dovremmo avere il coraggio di sostenere anche quando è scomoda: non sempre il dolore di una separazione è più grave del danno di una permanenza. E la giustizia minorile esiste proprio per questo, per intervenire quando la sofferenza prodotta dal legame, o dal modo in cui quel legame viene gestito, rischia di superare la soglia del tollerabile per la crescita di un bambino. La domanda allora non dovrebbe essere soltanto com’è possibile che lo Stato porti via dei figli alla loro madre? La domanda più onesta è un’altra ovvero quanto deve essere diventata seria una situazione perché un tribunale arrivi a scrivere che quella madre, in quel contesto, non sta più proteggendo i suoi figli ma sta ostacolando chi prova a farlo? Perché è lì che finisce la propaganda. Ed è lì che comincia la responsabilità.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te”, docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche