Salute

Autolesionismo nei giovanissimi: casi raddoppiati dal 2000. Che cosa c’è dietro

(Foto Ansa)
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Un fenomeno che oggi riguarda circa il 10% dei ragazzi. I dati emergono da un’indagine dell’ università di Toronto su 42 paesi, pubblicata su Jama Pediatrics

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L’autolesionismo è sempre più frequente nei giovani e coinvolge il 10% dei ragazzi almeno una volta nella vita. Parliamo di un aumento medio annuo dei casi segnalati, emersi durante una visita medica, del 3,5%, pari a un raddoppio in poco più di 20 anni (dal 2000 al 2024). È quanto emerso da uno studio su 42 paesi, Italia compresa, pubblicato su Jama Pediatrics e condotto presso l'Università di Toronto e l'ospedale pediatrico The Hospital for the Sick Children di Toronto. L'atto deliberato di procurarsi danni fisici con o senza intento suicida, è una delle principali cause di ricorso al pronto soccorso tra i giovani.

Farsi male

Ma cosa accade? “Si tagliano per sentire qualcosa”. È una frase che, negli ultimi anni, sento sempre più spesso nel mio lavoro di psicoterapeuta. “Dottore, non volevo morire. Volevo solo smettere di sentire quello che avevo dentro.” È una frase che spiazza molti adulti. Perché siamo portati a pensare che chi si fa del male voglia morire. In realtà, molto spesso, chi si fa del male sta cercando disperatamente di restare vivo. I nuovi dati pubblicati su JAMA Pediatrics parlano chiaro.

Lo studio

Gli esperti hanno condotto l'analisi di 42 studi già pubblicati in materia, che hanno coinvolto giovani fino a 24 anni. Per l'Italia è stato considerata una ricerca svolta in Piemonte su bambini e ragazzi dai 5 ai 19 anni fra il 2011 e il 2021. Nel complesso la meta-analisi ha coinvolto oltre 234 milioni di giovani.

Secondo quanto riferito da Eyal Cohen, uno degli autori presso l'ospedale canadese, lo studio italiano mostra che per il nostro paese il trend di aumento dei casi di autolesionismo è simile a quello di altri studi inclusi nella revisione: globalmente si registra un aumento medio annuo del 3,5% delle visite mediche per autolesionismo dal 2000, cosa che indica una tendenza di lungo periodo e costante, che si traduce in un raddoppio del tasso di visite effettuate (da circa 10 visite ogni 10.000 abitanti nel 2000 a oltre 20 visite ogni 10.000 abitanti negli ultimi anni). Il tasso di aumento è maggiore per le ragazze (+3,6% l'anno) rispetto ai maschi (+1,2% l'anno).

Non sono episodi isolati

Non stiamo parlando di episodi isolati ma di un fenomeno che oggi riguarda circa il 10% dei giovani, almeno una volta nella vita. E la cosa più difficile da accettare è che spesso accade lontano dagli occhi degli adulti. Tagli piccoli, nascosti. Bruciature. Graffi intenzionali. Non sono sempre gesti suicidari. Sono gesti disperati. Per capirli bisogna cambiare prospettiva. L’autolesionismo, nella maggior parte dei casi, non nasce dal desiderio di morire, dal desiderio di smettere di soffrire.

Educare al fallimento

Molti ragazzi non hanno ancora gli strumenti emotivi per gestire ciò che provano. La rabbia, la vergogna, la solitudine, il senso di non essere abbastanza. Emozioni che arrivano tutte insieme e che il cervello adolescente fatica a regolare. Quando il dolore emotivo diventa troppo grande, alcuni ragazzi cercano un modo per trasformarlo in qualcosa di concreto, di fisico, di controllabile. Il taglio diventa allora una specie di valvola. Un dolore che posso vedere. Un dolore che posso fermare.

È una logica che per un adulto sembra incomprensibile, ma che per un adolescente può diventare una strategia di sopravvivenza. E c’è un’altra cosa che dobbiamo dirci con onestà. Questi comportamenti non nascono nel vuoto. Viviamo in un tempo in cui ai ragazzi viene chiesto tutto: di essere felici, brillanti, performanti, popolari, sicuri di sé. Ma raramente insegniamo loro a stare dentro alla frustrazione. È una parola che oggi sembra quasi scomparsa dall’educazione.

Saper perdere e aspettare

Eppure è una delle competenze emotive più importanti. Saper perdere. Saper aspettare. Saper tollerare il disagio. Molti ragazzi oggi crescono invece in una cultura che promette sollievo immediato: un video, uno scroll, un messaggio, una distrazione. Tutto è veloce, tutto è disponibile, tutto deve calmare subito. Il problema è che le emozioni non funzionano così. La tristezza non si cancella con uno swipe. La vergogna non sparisce con un like. La solitudine non si cura con una notifica. E quando queste emozioni restano dentro troppo a lungo, qualcuno prova a farle uscire sulla pelle. È lì che l’autolesionismo diventa linguaggio. Un linguaggio silenzioso.

Molti ragazzi che si feriscono non chiedono aiuto apertamente. Non sanno come farlo. Non vogliono preoccupare i genitori. Non vogliono sembrare fragili davanti agli amici. E così il dolore resta nascosto, finché qualcuno, spesso un medico, un insegnante, o un genitore attento l,non si accorge di quei segni. Segni che non parlano di morte. Parlano di fatica a vivere. Per questo il punto non è solo fermare il gesto. Il punto è ascoltare il dolore che c’è sotto. Punire o minimizzare non serve.

Una richiesta di aiuto

Dire “sono solo stupidaggini da ragazzi” è ancora peggio. Dietro quei tagli c’è quasi sempre una domanda che non trova parole: “Qualcuno si accorgerà che sto male?”. Ecco perché il vero antidoto non è il controllo ma è la relazione. Ragazzi che si sentono visti, ascoltati, presi sul serio hanno meno bisogno di trasformare il dolore in ferita. Non possiamo eliminare tutte le difficoltà dalla vita dei nostri figli. Ma possiamo fare qualcosa di molto più importante. Restare, Accorgerci. Non girare lo sguardo. Perché a volte basta una cosa sola per cambiare la traiettoria di una vita. Che qualcuno, finalmente, veda quel dolore prima che diventi una cicatrice.