Salute

Ragazzo ucciso a Crema, quando la violenza giovanile rischia di diventare normalità

(Foto Ansa)
(Foto Ansa) (ansa)

Non bastano più indignazione e retorica: servono educazione strutturata e adulti accompagnati a tornare adulti. Rispetto ed empatia dovrebbero essere materie obbligatorie a scuola. E i genitori non dovrebbero essere lasciati soli perché rischiamo di normalizzare questa rabbia

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“Un’altra aggressione. Un altro ragazzo. Un’altra morte". È così che iniziano ormai troppe notizie. Nella tarda serata di ieri un ventenne ha perso la vita a causa di una violenta aggressione avvenuta in mezzo alla strada, in un quartiere residenziale di Crema. Il giovane, Hamza Salama, di origini egiziane, è morto in ospedale.

Di fronte a questi bollettini che parlano di una società sempre più in crisi, sempre più spesso, ci limitiamo a scorrere. Leggiamo, commentiamo, magari ci indigniamo per qualche minuto, poi torniamo alla nostra giornata. Ed è proprio questo che dovrebbe preoccuparci più della violenza stessa: il fatto che stiamo imparando a conviverci.

Se non ci stupiamo più

Quando una notizia del genere smette di scuoterci davvero, significa che qualcosa dentro di noi si è già incrinato. Un ragazzo di vent’anni ucciso in strada, colpito con una brutalità che non si improvvisa: calci, pugni, una spranga, armi da taglio. Non è un gesto nato in un attimo, ma l’esito finale di qualcosa che cresce nel tempo, spesso sotto gli occhi di tutti. E allora la domanda non può fermarsi solo al “chi è stato”.

Perché abbiamo smesso di educare?

La domanda è dove abbiamo smesso di educare? E quando abbiamo iniziato a pensare che educare non fosse più una responsabilità condivisa? La violenza non esplode, si costruisce. Si costruisce nelle piccole cose che lasciamo passare, nelle battute che facciamo finta di non sentire, nelle prese in giro che diventano normalità, negli schiaffi che vengono minimizzati come “ragazzate”. Si costruisce quando il linguaggio dell’umiliazione entra nelle relazioni quotidiane e non trova argini. E si costruisce, soprattutto, quando riempiamo le teste di contenuti ma dimentichiamo di formare le persone.

La scuola

Le nostre scuole funzionano, spesso anche bene, sul piano dell’istruzione. Programmi, verifiche, voti. Ma continuiamo a trattare il rispetto e l’empatia come qualcosa di accessorio, come se fossero competenze “naturali” che arrivano da sole. Non è così. Non lo è mai stato. Il rispetto è un limite, e i limiti vanno insegnati. L’empatia è una capacità, e le capacità si allenano. Rispetto ed empatia devono diventare materie vere, obbligatorie, settimanali, dalla scuola dell’infanzia in poi. Non progetti sporadici, non qualche ora di educazione civica inserita a margine, ma un percorso continuo, strutturato, valutato con la stessa serietà delle altre discipline. Perché senza queste basi, tutto il resto rischia di perdere significato. Ma sarebbe troppo semplice fermarsi alla scuola.

Adulti sempre più soli

Perché nel frattempo abbiamo anche adulti sempre più soli. Genitori stanchi, disorientati, spesso pieni di senso di colpa o di paura di sbagliare. Non è questione di colpa, ma di realtà: educare oggi è più complesso di ieri, e non possiamo continuare a lasciare le famiglie senza strumenti.

Serve un sostegno concreto alla genitorialità, stabile e accessibile, non fatto di incontri occasionali ma di percorsi veri, che aiutino gli adulti a tornare a essere punti di riferimento. A reggere la frustrazione dei figli senza evitarla, a mettere limiti senza sentirsi sbagliati, a non delegare tutto alla scuola o agli schermi. Perché senza adulti solidi, nessun ragazzo può diventarlo davvero. In queste storie non c’è solo chi colpisce. C’è anche chi guarda, chi non interviene, chi si abitua.

È una responsabilità che si allarga, che riguarda tutti. Ci siamo abituati a connetterci continuamente, ma abbiamo smesso di insegnare cosa significa sentire davvero l’altro. E quando l’altro smette di essere percepito come una persona, diventa qualcosa di distante, quasi astratto. Un bersaglio. È lì che avviene il passaggio più pericoloso. Perché quando l’altro è un bersaglio, la violenza non è più impensabile. Diventa possibile. E quando diventa possibile, prima o poi accade. Non servono più solo parole o indignazione. Servono scelte. E servono adesso.

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, è presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche