"Non potrò mai dimenticare quel sabato mattina di tre anni fa, in cui è stata stravolta la mia vita: stavo vivendo serenamente la mia gravidanza, quando, improvvisamente, iniziai a sentire forti dolori. Credendo fossero contrazioni preparatorie, mi misi a fare qualche esercizio per favorire il rilassamento, ma i dolori aumentarono a tal punto da dover correre in ospedale". Così Sabrina Marrano, imprenditrice quarantenne, ricorda il giorno in cui, neanche al sesto mese di gravidanza, inaspettatamente ha dato alla luce suo figlio Valentino Diego.
Quando è venuto al mondo, pesava appena 680 grammi e misurava 30 centimetri. Nato alla 23ᵃ settimana e 6 giorni, è stato definito subito un caso di prematurità estrema con scarse possibilità di sopravvivenza. Faceva parte di quel 3,38% di parti estremamente pretermine segnalati dal Rapporto CeDAP (Certificato di Assistenza al Parto).
"Soltanto quando il ginecologo, durante l’ecografia, mi disse che stava per nascere, mi resi conto della gravità della situazione. Speravano di riuscire a ritardare la nascita di almeno due settimane per far sviluppare i polmoni, ma da fatalista quale sono pensai che se il destino aveva deciso così dovevo accettarlo" confida.
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La giovane mamma, infatti, non ha mai pensato che il suo bambino non potesse farcela. E così è stato: Valentino Diego si è dimostrato sin da subito un combattente. "Anche il parto non è stato affatto semplice: sono entrata velocemente in travaglio. Il feto era podalico, la testolina era rimasta incastrata nel canale del parto, rischiava di soffocare. Dopo un momento di panico, mi fecero mettere in piedi e il ginecologo ha tirato giù il bambino. Ciò però gli ha provocato un’ustione estesa dall’addome sino alla gamba, in quanto, a quell’età gestazionale, la pelle era ancora sottilissima e molto sensibile" racconta.
“Era minuscolo e con gli occhi aperti”
Il suo primo incontro con Valentino Diego è stato scioccante, ma anche pieno di emozione: "Era minuscolo, scuro, con i muscolini visibili. Non aveva le fattezze di un neonato. Sembrava un piccolo alieno" dice. Un dettaglio colpì anche i medici: aveva gli occhi aperti, una condizione insolita in un neonato così piccolo.
“Ho rischiato la vita anch’io”
"Non diedero spiegazioni al mio parto così prematuro, in cui anch’io ho rischiato la vita. Ci dissero soltanto che nella letteratura scientifica si osserva che, in alcune condizioni, l’organismo materno può non rappresentare più un ambiente fisiologicamente idoneo allo sviluppo del feto. In questi casi può verificarsi l’espulsione del feto dall’utero e, da quel momento, la sopravvivenza dipende dalla vitalità del neonato e dall’assistenza medica" spiega Marrano, ripensando al percorso a ostacoli, fatto di continui alti e bassi.
Subito dopo la nascita, il piccolo venne portato in terapia intensiva neonatale, dove affrontò numerose complicazioni: problemi respiratori, il dotto di Botallo aperto e l’ustione a rischio infezione.
“Coltivare la pazienza di aspettare”
"Insieme al mio compagno ho trascorso lunghi mesi davanti all’incubatrice in cui nostro figlio era attaccato a un monitor che valutava battito cardiaco e saturazione. Aveva una flebo che iniettava una soluzione ipercalorica che riproduce ciò che i neonati assumono nell’utero attraverso il cordone ombelicale. Era intubato, attaccato all’ossigeno. Ogni allarme che suonava ci faceva sobbalzare sulla sedia per la paura. Ma fortunatamente, grazie alle infermiere sempre pronte a tranquillizzarci, imparammo a familiarizzare con quei suoni" ricorda, definendo quei mesi una montagna russa di emozioni, in cui hanno scoperto l’importanza del tempo: ogni cosa ha il suo tempo e bisogna coltivare la pazienza di aspettare.
Quando credevano fosse fuori pericolo, durante il trasferimento in terapia sub intensiva che rappresenta l’anticamera delle dimissioni, arrivò la diagnosi di una retinopatia aggressiva.
"I medici ci dissero che Valentino Diego rischiava di perdere la vista, ci si gelò il sangue. Fu necessario un intervento laser d’urgenza. Anche in tal caso nostro figlio si è dimostrato un piccolo leone: in sala operatoria, ha mantenuto il battito cardiaco stabile e non ha mai desaturato. Incredibile per un neonato che non pesava nemmeno un chilo" racconta.
Durante quei mesi, parte integrante della cura è stata la vicinanza costante dei genitori del piccolo. "Ci dissero di parlargli, cantargli ninna nanne. Il suono della nostra voce era importante per lui" ricorda la mamma che, dopo il momento difficile del ritorno a casa senza il figlio, si è concentrata su come trasmettergli ugualmente energie positive.
"L’unica cosa che potevo fare era dargli il mio latte. Mi avevano spiegato che per lui era preziosissimo" dice. Anche se inizialmente si sentì vuota, capì subito che non poteva perdersi d’animo. Aveva dei compiti da svolgere per contribuire alla crescita di quell’esserino. "Nelle due settimane di sub intensiva, seppur inizialmente credevo di non farcela, imparai a somministrargli le terapie, a comprendere i suoi bisogni" aggiunge.
Così il piccolo Valentino Diego, come una crisalide che diventa farfalla, è cresciuto a tal punto da poterlo portare a casa. "È stata un’emozione indescrivibile, finalmente era arrivato il momento più atteso. Dopo 166 giorni vissuti sotto le luci artificiali dell’ospedale, nostro figlio vide la luce del sole, sentì il calore sulla sua pelle" ricorda.
“La cicatrice il segno della sua vittoria”
Oggi Valentino Diego ha poco più di tre anni. Corre, ride, cresce regolarmente e abbraccia il mondo con la stessa determinazione con cui lo ha conquistato. "Anche i medici sono rimasti stupiti dal suo sviluppo. Sul suo corpo è rimasta la cicatrice dell’ustione, che attraversa l’addome e la gamba, ma per noi non è una ferita. È il segno della sua vittoria. Quando sarà più grande gli racconterò tutto, deve sapere quanto è stato forte" ribadisce Marrano che, nel frattempo, ha trasformato il dolore in parole, scrivendo il libro “Valentino Diego, storia vera di un estremo prematuro”, il cui ricavato è stato devoluto interamente alla Terapia Intensiva Neonatale dell’Ospedale Maggiore della Carità di Novara, dove tutto è iniziato.
La giovane imprenditrice ha fatto della positività e dell’approccio gentile una sua filosofia di vita, tanto da manifestarla anche nel lavoro: ha fondato una società che ha come obiettivo il racconto di notizie positive.
"Alcune storie non chiedono di essere capite, devono essere credute. E quella di Valentino Diego è la prova che, anche quando la vita pesa meno di un chilo, può avere la forza immensa di un campione" chiosa mamma Sabrina che, quotidianamente, attraverso incontri e attività benefiche, cerca di trasmettere coraggio a tanti genitori distrutti dal dolore e dal senso di impotenza.