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Quanto è importante giocare, così si impara (anche) a stare insieme

(Foto Cai Fang-Unsplash)
(Foto Cai Fang-Unsplash) 

Sembra un’attività ‘dimenticata’ ma è fondamentale per costruire relazioni. Ed è il filo conduttore di un convegno a Brescia che ci ricorda quanto sia centrale insegnarlo ai più piccoli

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Viviamo in un tempo paradossale: non siamo mai stati così connessi e, allo stesso tempo, così stanchi delle relazioni. Non è la solitudine il problema principale, ma la fatica di stare insieme. Una fatica silenziosa, che si infiltra nelle classi, nelle famiglie, nei gruppi di lavoro. Una fatica che non fa rumore, ma che si vede: nell’irritazione, nel ritiro, nella superficialità dei legami. Abbiamo trasformato la relazione in una prestazione. Ogni incontro sembra dover servire a qualcosa: produrre, insegnare, risolvere, dimostrare. Anche l’essere insieme è diventato un compito. E quando la relazione deve continuamente giustificare la propria utilità, perde respiro. Si irrigidisce. Si svuota.

L’importanza del gioco

È dentro questo scenario che il gioco torna ad avere un valore radicale. Non come tecnica educativa, non come strumento per “coinvolgere di più”, ma come spazio umano. Uno spazio che non aggiusta la relazione, ma la rivela. Perché il gioco, se lo guardiamo davvero, non serve a nulla. E proprio per questo serve tantissimo. Nel gioco accade qualcosa che oggi abbiamo quasi dimenticato: si può stare insieme senza dover dimostrare chi si è. Si può partecipare senza essere sempre all’altezza. Si può perdere senza sentirsi sbagliati. Sarà questo il filo conduttore del convegno ‘Giocare nella relazione’, che si terrà il 10 maggio a Brescia, organizzato, fra gli altri, da Gianluca Daffi, psicologo , docente all’università Cattolica di Milano e Brescia, fondatore dei Gruppi di integrazione genitoriale, game designer ed esperto in metodologie ludico didattiche. Un incontro che si chiede se è ancora possibile, oggi, a livello comunitario, costruire la relazione utilizzando il gioco.

Verso l’identità

Quella del gioco è un’esperienza semplice, ma rivoluzionaria. Nel gioco si separa il risultato dall’identità. Posso perdere una partita, ma non divento “uno che perde”. Posso sbagliare senza essere escluso. Posso restare, anche quando non riesco. E questa è una lezione potentissima, soprattutto per i più giovani, che oggi crescono dentro una cultura in cui tutto sembra misurare il valore personale: i voti, i like, le performance, il giudizio degli altri. Il gioco introduce una tregua.

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Un tempo in cui l’errore non è punito

Una sospensione dalla logica della prestazione continua. Un tempo in cui il limite non è un fallimento, ma una regola del campo. Un tempo in cui l’errore è previsto, e non punito. E proprio lì, in quella tregua, accade qualcosa di raro: nasce la relazione vera. Non quella fatta di ruoli, immagini, aspettative. Ma quella che si costruisce nel “tra”, nello spazio condiviso in cui non devo continuamente difendermi o dimostrarmi. Il gioco non elimina il conflitto ma lo rende abitabile. Nel gioco si litiga, si sbaglia, ci si fraintende. Ma dentro una cornice che tiene. Una cornice che permette di attraversare la tensione senza rompere il legame. È qui che il gioco diventa educazione civica, nel senso più profondo: insegna che una comunità non funziona eliminando il limite o il conflitto, ma imparando a starci dentro senza distruggersi.

Acceleriamo perché temiamo il limite

Oggi, invece, tendiamo a fare il contrario. Evitiamo il limite, temiamo la frustrazione, acceleriamo tutto. E così costruiamo relazioni fragili, che si spezzano alla prima difficoltà. Il gioco va controcorrente. Chiede tempo. Ripetizione. Attesa. Regole condivise. Chiede di rinunciare al controllo totale per lasciare spazio all’esperienza. E forse è proprio questo che ci mette a disagio. Perché il gioco non si può programmare fino in fondo. Non si può ottimizzare. Non si può garantire nei risultati. Si può solo custodire. Creare le condizioni perché accada. Ma quando accade, lo riconosci subito. Cambia l’aria. Un gruppo diventa qualcosa di più di un insieme di individui.

Le esperienze comuni

Nasce un senso di appartenenza che non si impone, ma si costruisce attraversando esperienze comuni. E allora perché abbiamo smesso di giocare davvero? Nelle scuole che rincorrono programmi e valutazioni. Nelle famiglie che riempiono ogni spazio di attività. Nei contesti educativi in cui tutto deve essere funzionale, misurabile, produttivo. Abbiamo tolto al gioco il suo spazio vitale, trasformandolo in uno strumento. E così facendo, abbiamo perso una delle poche esperienze in cui è ancora possibile essere semplicemente umani.

Recuperare il gioco per creare relazione

Recuperare il gioco non significa tornare bambini ma tornare a creare spazi in cui la relazione non è una prova da superare, ma un luogo da abitare. Spazi in cui si può restare anche quando si perde, spazi in cui il legame conta più della prestazione. Spazi in cui, finalmente, non tutto deve funzionare per avere valore. Forse è da qui che dobbiamo ripartire. Non da nuove tecniche, non da nuovi strumenti ma da una domanda più semplice, e molto più scomoda: siamo ancora capaci di stare insieme senza dover dimostrare qualcosa?

Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, è presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te”Docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche