Le immagini deepfake che hanno colpito la presidente del Consiglio Giorgia Meloni stanno già prendendo la strada più pericolosa: quella della normalizzazione. C’è chi minimizza, chi parla di provocazione, chi si rifugia nella solita etichetta rassicurante della “satira”. Ma qui non c’è nulla da alleggerire, perché qui non c’è satira. C’è un corpo che viene preso, manipolato, riscritto senza consenso. E quando accade questo, la tecnologia smette di essere uno strumento e diventa un mezzo di violenza. Non è la prima volta e non sarà l’ultima, ed è proprio questo che dovrebbe inquietarci davvero. Non tanto il fatto in sé, ma la velocità con cui ci stiamo abituando.
Il punto non è che sia successo a una figura pubblica, anzi, è proprio questo che rischia di ingannarci, perché ci permette di pensare che in fondo faccia parte del prezzo della visibilità. È una scorciatoia mentale, comoda e pericolosa. Perché la verità è che oggi basta una fotografia, basta un volto, basta qualcuno che decida di farlo, e la tua immagine può diventare altro da te, qualcosa che non hai mai scelto, mai vissuto, mai autorizzato. Non è più questione di vero o falso. È questione di ciò che resta. Perché anche quando sappiamo che un’immagine è costruita, qualcosa si deposita comunque nello sguardo di chi guarda, nella memoria di chi la incrocia, nel giudizio silenzioso che si forma senza chiedere permesso.
La petizione nazionale
È una violenza che arriva prima della possibilità di difendersi e che continua anche dopo che la verità è stata detta. Non lascia segni sul corpo, ma incide sull’identità, e soprattutto toglie qualcosa di fondamentale: il controllo. Il controllo della propria immagine, della propria storia, della propria presenza nel mondo. Proprio per questo l’Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo (Di.Te.) ha lanciato una petizione nazionale per vietare l’abuso dell’intelligenza artificiale e proteggere volto, voce e identità dei cittadini italiani, raccogliendo già oltre 30.000 firme in pochissimo tempo.
Non è solo un’iniziativa simbolica, è un segnale. Significa che la percezione del rischio è già arrivata tra le persone, prima ancora che arrivino le regole, e forse con maggiore lucidità. Eppure continuiamo a raccontarcela come se fosse un problema tecnologico. Non lo è. L’intelligenza artificiale non ha intenzioni, non ha morale, non conosce il limite. Il limite dovrebbe metterlo chi la usa. E invece è proprio lì che qualcosa si è rotto. Abbiamo costruito strumenti potentissimi senza costruire, con la stessa forza, una cultura capace di contenerli. Ci siamo abituati a chiederci se possiamo farlo, ma abbiamo smesso di chiederci se dobbiamo farlo. E in quella domanda che non facciamo più c’era tutto: il rispetto, il confine, l’altro. Quando il limite scompare, l’altro diventa materiale.
Volti e corpi da utilizzare
Un volto da utilizzare, un corpo da adattare, una storia da reinventare. Non serve nemmeno l’odio, ed è questo che fa più paura. Basta l’indifferenza, basta la curiosità, basta il bisogno di attirare attenzione. È una violenza che non sempre nasce per distruggere, ma che finisce comunque per farlo. Perché chi la subisce non è un file, non è un contenuto, non è un esperimento. È una persona reale, con una vita reale, con relazioni che devono fare i conti con qualcosa che non è mai accaduto e che pure esiste agli occhi degli altri. E mentre discutiamo del caso che ha coinvolto Giorgia Meloni, dovremmo avere il coraggio di dirci che tutto questo accade già, ogni giorno, lontano dai riflettori. Accade nelle scuole, nei gruppi chat, nei contesti in cui la vergogna pesa più della possibilità di parlare.
Ridicolizzare i corpi
Ragazze trasformate in immagini pornografiche senza aver fatto nulla, ragazzi esposti, ridicolizzati, spogliati simbolicamente davanti a un pubblico invisibile ma vastissimo. Lì non c’è dibattito pubblico, non c’è indignazione collettiva, non c’è difesa immediata. C’è solo silenzio, e spesso una solitudine che diventa insopportabile. Le leggi serviranno, e dovranno arrivare in fretta. Ma le leggi arrivano sempre dopo, dopo che qualcuno è stato colpito, dopo che il danno è stato fatto, dopo che la ferita si è aperta. Il problema vero è prima, ed è culturale, educativo, profondamente adulto. Riguarda quello che stiamo insegnando, o forse non stiamo più insegnando, sul rispetto, sul consenso, sulla responsabilità. Perché abbiamo consegnato strumenti potentissimi a mani che non sempre sono state accompagnate a capire fin dove è giusto spingersi. Alla fine la domanda resta lì, semplice e scomoda. Non è cosa può fare l’intelligenza artificiale. È cosa siamo disposti a fare noi quando possiamo farlo e nessuno sembra guardarci. È in quel punto, invisibile e decisivo, che si misura una società. Non nella tecnologia che possiede, ma nel limite che sa ancora riconoscere prima di oltrepassarlo.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” Docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche