“Voglio andare al mare. Quest'estate voglio proprio andare al mare. Devo riposare”, canta Vasco Rossi, in una delle sue canzoni degli anni ‘80. Perché fare una pausa è il miglior modo per recuperare energie. Ora due studiosi, l'oncologo Elvaraj Giridharan e la psichiatra Bhuvana Pandivan, avvertono che dovremmo andare in ferie ogni due mesi per liberarci dalla stanchezza e dallo stress sul lavoro. Sarebbe quindi necessario fermarsi molto più spesso di quanto facciamo. Ma la ricerca appare subito poco controversa, anche se, alla vigilia delle ferie estive, è uno spunto per parlare di un argomento che interessa molte persone.
Lo studio
Lo studio, che ha il limite di essere stato eseguito su un campione di partecipanti troppo esiguo, spiega che dovremmo fare più pause durante l’anno, almeno "ogni due mesi". Possono essere dei fine settimana lunghi o delle micro-vacanze, ma vanno fatte spesso. Non sono necessarie mete esotiche o viaggi avventurosi, vanno benissimo anche scampagnate fuori porta a costi contenuti.
Per supportare la loro tesi, i due ricercatori citano una ricerca che in realtà non parla di ferie più frequenti da fare ogni due mesi. E quindi questo punto è controverso e privo di basi scientifiche. Ma le loro considerazioni sono comunque interessanti. "Quello che emerge è che, al contrario di quello che si pensava prima, gli effetti delle vacanze non spariscono immediatamente e che durata e giorni di ferie, che una nazione assegna, hanno un impatto sul benessere post-vacanza. E che durante la pausa quello che fa meglio è impegnarsi in attività fisica e staccare la mente dal lavoro”, spiega Giancarlo Dimaggio, psichiatra e psicoterapeuta. Cofondatore del Centro di terapia metacognitiva interpersonale (Roma).
L’effetto benessere dura 8 giorni
Analizzando i comportamenti di 54 impiegati nel corso di 23 giorni, Giridharan e Pandivan, hanno infatti verificato che il benessere post-vacanza dura 8 giorni, ma che già a una settimana dalla ripresa dall’attività lavorativa la situazione torna ad essere simile a quella precedente alla pausa.
Secondo una ricerca della Radboud University, nei Paesi Bassi, che ha valutato le condizioni psicofisiche di un campione di vacanzieri prima della partenza, al rientro e durante la pausa, i benefici raggiungono il picco dopo otto giorni dall’inizio del viaggio. I risultati positivi, incominciano già alla vigilia della pausa. “Infatti, quello che a mio parere è importante è già l'attesa della vacanza. Sapere che avremo un momento dell'anno libero da impegni in cui la nostra mente potrà esplorare nuovi territori, nuovi mondi, nuove attività risponde al bisogno di esplorazione, curiosità e autonomia, che è fondamentale per gli esseri umani”, aggiunge Dimaggio.
Chi non riesce a staccare
C’è poi chi in vacanza non ci sa stare. Esistono persone che soffrono di ansia legata alla lontananza dall’ambiente lavorativo e all’impossibilità di gestire in tempo reale le proprie attività professionali e rispondere alle email, la cosìddetta “out of office anxiety”. Secondo un’indagine della piattaforma CamperDays, il 68% delle persone ammette di controllare le comunicazioni e le attività perse durante le giornate offline. Il 21% degli intervistati resta costantemente connesso ad email, chiamate e messaggi, mentre il 17% dà un’occhiata almeno una volta a settimana.
E fra loro c’è sicuramente chi ha una vera e propria dipendenza da lavoro.
Che fatica stare in vacanza
"Per potere portare la mente altrove non è sufficiente il cambio di luogo fisico, è necessario compiere, paradossalmente, un piccolo sforzo. Decidere che i doveri ai quali rispondiamo, i piccoli e grandi timori e preoccupazioni che ci accompagnano sul lavoro, non sono così importanti, non ci riguardano oggi, possono aspettare. Per un attimo pagheremo il prezzo di un incremento di senso di colpa, ansia, di timore delle conseguenze per la nostra assenza, per il nostro dedicarci all'improvviso a noi stessi. Si tratta di un prezzo che vale la pena di pagare. E poi è fondamentale che quella capacità di mettere da parte ansie e timori, doveri e preoccupazioni, l'alleniamo nel quotidiano. Questo potrebbe aiutare a mantenere il benessere per chi ne ha goduto in vacanza, o a raggiungerlo per chi di solito si lascia travolgere da preoccupazioni, colpa e dovere”, consiglia Dimaggio.
Perché ci stressiamo al lavoro
La vita attuale ha ritmi serrati e spesso diventa difficile conciliare gli impegni personali con un’attività lavorativa sempre più precaria. E anche questo pesa sulla salute delle persone. Ma qualcuno è più sensibile degli altri a questo tipo di stress. “Ci sono due livelli: uno è, per così dire, oggettivo. Molti lavori richiedono impegno fisico, mentale, a volte entrambi, si svolgono in ambienti poco salubri, in cui dominano un eccesso di competizione o che sono spersonalizzanti – spiega ancora Dimaggio – . Se manca una cultura aziendale, un supporto reciproco, la costruzione di un senso di appartenenza e comunità, andare al lavoro diventa solo un dovere, si perde il senso del lavoro, al di là della componente inevitabile che è alzarsi la mattina per guadagnarsi da vivere. Poi ci sono variabili personologiche: ci sono tipi che sono più inclini ad ansia, perfezionismo e a lasciarsi guidare dal senso del dovere, lasciando poco spazio a gioco, esplorazione, intimità relazionale e relax. Questo tipo di personalità tende a vivere peggio il mondo del lavoro”.
Quindi, come suggeriscono gli esperti, è sempre bene riposare, dimenticando i problemi in ufficio. Anche perché la vacanza si svolge spesso nella natura e questo porta non pochi benefici. “Muoversi nella natura, nel verde fa bene, riduce la depressione, favorisce il benessere. Ci sono molti studi a supporto, ed è una nozione che andrebbe divulgata di più, perché c'è supporto scientifico – conclude Dimaggio – . Prendersi il tempo di una passeggiata nel bosco, nel parco vicino casa, al mare è qualcosa di prezioso”.