A Modena ci siamo affrettati a guardare da dove veniva chi ha colpito, molto meno chi ha rischiato la vita per fermarlo. E ancora una volta parlare di terrorismo sembra rassicurarci più che guardare il disagio mentale e le fragilità del nostro sistema. Forse la parte più inquietante di quello che è accaduto a Modena non è soltanto la violenza. Non è solo quell’auto lanciata contro i pedoni in pieno centro, il panico, i feriti, il coltello impugnato durante la fuga.
La parte più inquietante è la velocità con cui abbiamo sentito il bisogno di dare un nome preciso al male. Un nome semplice, immediato, quasi rassicurante. Le origini. Per molti, sapere che quell’uomo avesse origini marocchine è sembrato spiegare tutto. “Ecco il problema”, come se bastasse questo per mettere ordine al caos. Perché parole come immigrazione, terrorismo, straniero hanno il vantaggio di spostare il male lontano da noi. Fuori dalle nostre responsabilità. Fuori dalle fragilità del nostro sistema.
Ci fanno credere che ciò che è accaduto sia qualcosa che arriva da altrove e non qualcosa che può nascere anche dentro le crepe della nostra società, dentro un disagio che spesso vediamo solo quando esplode. Eppure quell’uomo è italiano. Italiano con origini marocchine. Cresciuto qui, dentro questo Paese, dentro il nostro stesso tempo. Ma questo dettaglio interessa meno perché incrina una narrazione più comoda, più facile da usare politicamente, più utile per alimentare paura che per capire davvero.
Così come interessa poco un’altra parte della storia, forse la più importante. A fermarlo, a inseguirlo mentre aveva ancora un coltello in mano, a rischiare concretamente la vita per bloccarlo e impedire che potesse fare ancora del male, sono stati prevalentemente cittadini stranieri. Questa parte però scivola via quasi in silenzio, perché rompe il racconto semplice. Lo straniero che aggredisce diventa simbolo, lo straniero che salva torna improvvisamente invisibile. E allora viene da chiedersi quanto siamo davvero interessati alla realtà e quanto invece scegliamo accuratamente quali pezzi della realtà mostrare e quali lasciare sullo sfondo.
La verità è che l’idea del terrorismo ci rassicura più dell’idea della sofferenza mentale. Il terrorismo ha un nemico esterno, identificabile, quasi cinematografico. La salute mentale invece ci obbliga a guardare dentro casa nostra, dentro un sistema che continua a trattarla come una priorità solo dopo una tragedia. Ci obbliga a vedere i servizi sovraccarichi, gli operatori esausti, le famiglie lasciate sole, le persone fragili che entrano ed escono dai percorsi di cura fino a sparire lentamente dai radar. E allora diventa molto più facile gridare alle origini dell’aggressore piuttosto che chiederci perché in Italia il disagio psichico continui a essere affrontato sempre troppo tardi. Parlare di salute mentale non significa giustificare.
Significa provare ad avere uno sguardo adulto sulle cose. Chi compie un gesto violento resta responsabile delle proprie azioni, sempre. Ma una società matura dovrebbe essere capace di fare qualcosa di più complesso della semplice indignazione. Dovrebbe chiedersi cosa non ha funzionato prima, dove si è spezzata la presa in carico, quanto stiamo investendo davvero nella prevenzione e quanto invece preferiamo occuparci delle fragilità solo quando diventano cronaca.
Perché la salute mentale non è separata dalla sicurezza. È sicurezza. Lo sono i servizi territoriali, la prevenzione, la possibilità di intercettare il disagio prima che diventi distruttivo. Solo che tutto questo è meno utile di un cognome straniero sbattuto in prima pagina. E allora resta addosso una sensazione amara. Usiamo le origini di un uomo per spiegare il male, ma dimentichiamo le origini di chi quel male ha provato a fermarlo rischiando la propria vita. Ci indigniamo selezionando accuratamente cosa rendere centrale e cosa no. E se scegliamo di vedere soltanto ciò che conferma le nostre paure, smettiamo lentamente anche di capire davvero i problemi che diciamo di voler combattere.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta, presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” e docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche