Deve essermi sfuggito qualcosa. Forse una ricerca rivoluzionaria pubblicata sulle più importanti riviste scientifiche del mondo. Forse una scoperta talmente straordinaria da costringere psicologi, psichiatri, neuroscienziati e medici a riscrivere ciò che sappiamo sull’orientamento sessuale. Perché da qualche tempo sento ripetere con crescente disinvoltura che l’omosessualità sarebbe un gusto.
Una preferenza personale. Una scelta. Un po’ come preferire il mare alla montagna o il pistacchio alla nocciola. A sostenerlo non sono però ricercatori che hanno prodotto nuove evidenze.
Sono quasi sempre politici, commentatori o professionisti della polemica permanente. Persone che raramente metterebbero in discussione il lavoro di un cardiologo durante un intervento chirurgico ma che, quando si parla di sessualità umana, sembrano sentirsi autorizzate a correggere decenni di ricerca con la stessa leggerezza con cui si commenta una partita di calcio. Eppure la questione è molto meno complessa di quanto si voglia far credere.
Quello che dice la scienza
L’American Psychological Association definisce l’orientamento sessuale come un modello relativamente stabile di attrazioni emotive, romantiche e sessuali. L’American Psychiatric Association ha eliminato l’omosessualità dal Manuale Diagnostico dei Disturbi Mentali nel 1973.
L’Organizzazione Mondiale della Sanità l’ha rimossa dalla classificazione delle malattie nel 1990. Sono passati decenni, non settimane. Il consenso scientifico su questo tema non nasce da una moda culturale né da una concessione ideologica, ma dall’accumularsi di studi, osservazioni cliniche e dati che hanno portato la comunità scientifica internazionale a una conclusione chiara.
Le convinzioni errate
Quello che trovo interessante, però, è che il bersaglio non sia realmente l’omosessualità. Quella è soltanto la superficie del problema. Sotto c’è qualcosa di più profondo: la convinzione crescente che i fatti possano essere piegati alle convinzioni personali. Se una realtà disturba, la si ridefinisce. Se una conoscenza consolidata entra in conflitto con la propria visione del mondo, allora si mette in discussione la conoscenza.
È una tentazione che riguarda tutti gli ambiti della vita pubblica. L’abbiamo vista con i vaccini, con il cambiamento climatico, con le fake news e con la medicina. Oggi la vediamo anche qui.
Insinuare il dubbio
Non serve produrre dati alternativi, basta insinuare il dubbio, trasformare una questione scientifica in una disputa ideologica e mettere sullo stesso piano anni di ricerca e un’opinione espressa davanti a una telecamera. La libertà di avere idee diverse è un valore che va difeso sempre. Ma esiste una differenza sostanziale tra il diritto di esprimere un’opinione e la pretesa di trasformarla in un fatto. Le convinzioni meritano rispetto.
Riconoscere le evidenze
Le evidenze meritano qualcosa di più: meritano di essere riconosciute per ciò che sono. Per questo la prossima volta che qualcuno dirà che l’omosessualità è un gusto, forse converrà porre una domanda semplice: “Quando ha scelto di essere eterosessuale? In quale momento della sua vita ha valutato le alternative e ha deciso quale orientamento preferiva?”.
Di solito è a quel punto che il castello comincia a vacillare. Perché l’orientamento sessuale non si sceglie come si sceglie un gelato. E negarlo non è una posizione culturale. È soltanto un modo molto rumoroso di ignorare quello che sappiamo.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta Presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te” Docente di Psicologia delle Dipendenze Tecnologiche Università E-Campus Docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche