Arrivano da lontano, si installano nei nostri prati e giardini e lì rimangono, portando con sé virus che sino a ieri non conoscevamo. Cresce e preoccupa il fenomeno delle malattie provocate da zanzare, le arbovirosi, che da Paesi tropicali ci stanno raggiungendo in modo sempre più massiccio.
Su questo si è confrontato per due giorni l’Istituto per le Malattie Infettive “Lazzaro Spallanzani” Irccs di Roma, in un corso di formazione che ha raccolto esperti internazionali del settore. E ora l’Ospedale Spallanzani avverte: “Gli arbovirus rappresentano una minaccia crescente per la salute pubblica, interessando con sempre maggiore frequenza anche aree tradizionalmente non endemiche. L'impatto di queste infezioni sul sistema sanitario nazionale e regionale è destinato a crescere. Bisogna prepararsi”.
Virus in viaggio con le zanzare
Se guardiamo alle malattie portate dalle zanzare, il primo posto lo occupano le Arbovirosi, ossia le malattie virali trasmesse principalmente da zanzare del genere Aedes (zanzara tigre) e Culex (zanzara comune). Tra queste c’è la dengue, che provoca febbre alta, forti dolori articolari e muscolari, mal di testa acuto e rush cutanei.
Si aggiunge la chikungunya, caratterizzata da febbre improvvisa, intensi dolori articolari (che possono diventare cronici) e rash cutanei. Poi c’è la zika, spesso asintomatica o con sintomi simil-influenzali lievi (febbre, congiuntivite, rash), ma pericolosa in gravidanza per il rischio di microcefalia nel feto. Infine di questa famiglia fa parte anche il virus west nile (Wnv), malattia trasmessa dalla Culex pipiens, e spesso asintomatica, che però può causare febbre, mal di testa e, in rari casi, encefaliti.
I casi nati in Italia
Se quantifichiamo il numero dei casi autoctoni (trasmessi localmente) di arbovirosi in Italia, se ne registrano oltre 1.000 all’anno. L'incidenza di queste infezioni comunque oscilla notevolmente a seconda della stagione e dei focolai circoscritti. Il West Nile Virus, ad esempio, in Italia è endemico: i casi totali annui possono superare le diverse centinaia (storicamente si sono registrati picchi tra i 300 e i 600 casi di contagio umano).
Per la Dengue, invece, nel 2024 (l'anno record per l'Italia) si sono registrati oltre 700 infezioni a livello nazionale, tra cui un grande focolaio con 223 casi a Fano. Nel 2025 i contagi autoctoni sono stati contenuti. Dell’elenco fa parte anche la Chikungunya, che nel 2025 ha prodotto un picco eccezionale con quasi 400 casi autoctoni (rispetto a un numero trascurabile dell'anno precedente), concentrati in focolai localizzati.
Da gennaio 2026 al sistema di sorveglianza nazionale delle arbovirosi, coordinato dall'Istituto superiore di sanità, risultano “155 casi di Dengue, 13 di Chikungunya e 3 di Zika (sono nati tutti da viaggi all'estero e non hanno provocato decessi).
L’effetto clima pazzo
Su tutto questo incide pesantemente il ’clima pazzo’ a cui siamo sottoposti: per ogni grado di temperatura in più, il rischio di infezioni come Dengue, Chikungunya e West Nile aumenta del 16-32%, con una media del +20% e oltre. Lo affermano i massimi esperti nazionali e regionali intervenuti insieme ai rappresentanti di Istituto superiore di sanità e ministero della Salute al congresso 'Arbovirosi: nuove sfide per l'Italia’, tenuto a inizio giugno a Verona.
“Non sono più malattie sporadiche e importate - avvertono gli specialisti - ma problemi di salute pubblica”, che non risparmiano l'Italia, diventata oggi una “osservata speciale” per il pericolo crescente di aree sempre più estese interessate da possibili focolai stabili e autoctoni, come hanno dimostrato i numeri delle ultime stagioni estive”.
Gli studi
Sono tre studi, citati dagli esperti e pubblicati su Frontiers in Climate, Tropical Medicine and Infectious Disease e Parasitology & Vector-Borne Diseases, a spiegare perché l'innalzamento delle temperature aumenti la capacità di trasmissione delle arbovirosi. “Favorisce la sopravvivenza e la proliferazione delle zanzare, nonché la capacità di replicazione virale di Dengue, Chikungunya e West Nile”, sottolineano.
Da un'analisi di 45 studi condotti nei Paesi a più alta incidenza di Dengue, Brasile, Indonesia e India, i ricercatori hanno evidenziato l'associazione tra variabili climatiche e incidenza della malattia, calcolando un rischio del 16% in più per ogni incremento di 1 grado della temperatura.
Il secondo studio, condotto sui 1.145 casi di West Nile registrati in Italia tra il 2012 e il 2020, ha identificato la temperatura media dell'aria come principale fattore climatico predittivo della patologia, con un aumento del 32% di rischio di ammalarsi per ogni grado centigrado in più.
L'ultima ricerca, attraverso una revisione sistematica di 34 studi sperimentali, ha confermato l'impatto della temperatura sulla capacità delle zanzare di trasmettere anche la Chikungunya, con effetto più marcato al di sopra dei 28 gradi centigradi.
Nuovi focolai
Dall’Ospedale Spallanzani, dove come medico infettivologo si occupa di Malattie infettive ad alta intensità di cura, Alessandra D’Abramo, insieme ai colleghi tiene sotto controllo la situazione in divenire. “Negli anni l’aumento delle temperature ha fatto sì che la zanzara tigre, in grado di trasmettere la malattia anche alle nostre latitudini, generasse infezioni autoctone, cioè in persone del posto. E così facendo creasse dei focolai – premette D’Abramo – .Cosa prevediamo per i prossimi mesi? C’è sicuramente la possibilità che si verifichino nuovi focolai, favoriti dal clima caldo e dall’aumento della mobilità globale (si registra il 5% in più dei viaggi internazionali rispetto al passato). E ovviamente è stato predisposto un sistema di allerta da parte dei Comuni, con sistema integrato, il cui obiettivo è quello di evitare appunto la diffusione dei virus portati dalle zanzare”.
Cosa fare
Di fronte a questo panorama quali strategie attuare? Secondo gli esperti sono “necessari diagnosi precoci e mosse tempestive per ridurre la trasmissione” e scongiurare epidemie: interventi istituzionali da progettare con un'ottica One Health che integri salute umana, animale e ambientale, accompagnati da un'opera di sensibilizzazione e responsabilizzazione dei cittadini. Quindi anche le persone comuni sono chiamate ad adottare “misure preventive individuali e domestiche per ridurre l'esposizione alle punture di zanzara”: dall'uso di repellenti e zanzariere, alla rimozione delle acque stagnanti.
A tale proposito Fabrizio Pregliasco, virologo, direttore sanitario dell’ospedale Galeazzi Sant’Ambrogio di Milano spiega: “Oggi si parla di un approccio One health, una strategia globale che riconosce la salute umana, animale e ambientale come interconnesse e inscindibili. Significa promuovere la collaborazione multidisciplinare tra medici, veterinari, ecologi e altri esperti per migliorare la salute globale, prevenire zoonosi e perseguire un benessere sostenibile, adottando una visione olistica”.
Una direzione che può prevenire molte malattie. “Ci si è resi conto che bisogna combattere le zoonosi - prosegue Pregliasco –. Un approccio che coinvolge la ricerca scientifica e l’attività istituzionale, con un interesse generale anche da parte del ministero della Salute. Tutto ciò tenendo presente due fattori che contribuiscono alla diffusione delle malattie portate dalle zanzare: l’aumento della temperatura media e la sopravvivenza più lunga di questi insetti, in grado, se si tratta di zanzare femmine, di vivere anche uno due mesi e di uscire indenni pure da lunghi viaggi aerei”.