Una naturopata in corsia ospedaliera. Non è un medico, ma è stata chiamata dal Policlinico di Catania con un contratto di collaborazione professionale. Se non è la prima volta, poco ci manca e si inserisce in un quadro di cui in Italia si parla da tempo, spesso con diffidenza, talvolta con entusiasmo eccessivo. E questo perché spesso la medicina naturale resta un territorio di confine, sospeso tra le promesse di chi la presenta come alternativa alle cure tradizionali e lo scetticismo di chi la considera priva di basi scientifiche. E non è un caso infatti che il Cicap, il Comitato per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze, abbia scritto al ministro della Salute Orazio Schillaci chiedendo di sospendere l’incarico, denunciando la legittimazione istituzionale di pratiche prive di prove di efficacia su pazienti fragili.
Il racconto della naturopata
Il modello a cui guardano altri Paesi europei (Svizzera, Germania, Austria) dove l’integrazione tra medicina convenzionale e approcci complementari è da tempo realtà anche nel servizio pubblico, trova così un primo riscontro concreto anche da noi. La protagonista è Giordana Proto, naturopata formatasi in Scienze Olistiche in Svizzera, da dicembre nell’organico dell’ospedale dopo aver superato una selezione pubblica. L’abbiamo raggiunta per farci raccontare come funziona, davvero, questa collaborazione.
Un rapporto cominciato cinque anni fa
È lei stessa a ricostruire la genesi di un rapporto che non è nato da un giorno all’altro. “Tutto comincia cinque anni fa”, racconta. A incuriosirsi della sua attività fu il professor Massimiliano Veroux, trapiantologo, docente di chirurgia all’Università di Catania, colpito dai racconti di alcuni pazienti che seguivano consulenze online con lei – allora in Svizzera – per infezioni recidivanti delle vie urinarie, soprattutto cistiti.
“Lo aveva incuriosito il fatto – racconta – che questi pazienti riportassero risultati positivi senza l’uso di antibiotici, e questo soprattutto in persone che avevano provato molti tipi di antibiotico, con una resistenza ormai conclamata”.
“Non sono laureata in medicina”
La prima cosa che mise in chiaro quando l’ospedale la contattò fu la più importante. “Gli dissi subito: guardate, io non sono laureata in medicina e chirurgia. Sono laureata in naturopatia, mi occupo di medicina naturale”. Da lì la proposta di un percorso di volontariato, per affiancare i pazienti insieme ai medici. Dietro quella scelta c’è anche una storia personale. “Io vengo da trentacinque anni di malattia – spiega Proto – la vittoria, per me, è stata segnata proprio dall’abbinamento tra le due medicine, quella allopatica e quella naturale. Quando sono riuscita a far capire all’ospedale che la medicina naturale non si sostituisce a quella tradizionale, ma può collaborarci, allora ho detto: va bene. Una volta al mese venivo dalla Svizzera a Catania, vedevamo insieme i pazienti e cercavamo una quadra per aiutarli”.
Infezioni urinarie e pediatria reumatologica
Con il tempo la richiesta si è allargata. Non più soltanto le infezioni recidivanti: anche la pediatria reumatologica e altri reparti hanno cominciato a coinvolgere quella che Proto descrive come “una figura che insegna stile di vita, equilibrio energetico, equilibrio attraverso la fitoterapia”. Fino alla decisione dell’ospedale di indire un bando pubblico.
Da dicembre Proto è dunque in ospedale con un contratto di collaborazione professionale della durata di un anno. Gestisce, insieme ai medici, i pazienti che gli stessi sanitari ritengono possano beneficiare di un supporto naturale. La richiesta, sottolinea, parte sempre dal medico non dai pazienti.
“Non faccio diagnosi, non prescrivo farmaci”
Il confine professionale è il punto su cui insiste con maggiore fermezza. “In Italia bisogna stare sempre molto attenti”, dice. “Ogni figura sanitaria può collaborare con il naturopata, perché noi non facciamo diagnosi, non prescriviamo farmaci, non diamo diete”. Le sue, spiega, sono indicazioni di stile di vita.
Un esempio dalla pediatria: bambini con dolori diffusi, senza una diagnosi specifica di artrite idiopatica giovanile o di altre malattie reumatologiche. “La prima cosa che faccio è capire se c’è un’infiammazione generale. Nel novanta per cento dei casi parte dall’intestino: bambini con un’alimentazione troppo zuccherina, troppo ricca di carboidrati”. Da qui consigli semplici ai genitori: limitare la frutta troppo zuccherina, ridurre certi alimenti e l’uso di probiotici, sempre con il medico accanto. “Nel giro di un mese i bambini mostrano una diminuzione importante del dolore”.
Le infezioni respiratorie
Stesso approccio per le infezioni respiratorie recidivanti dei più piccoli, nella gran parte dei casi di origine virale. “La prima cosa che si fa è dare l’antibiotico, ma per un’infezione virale dovremmo lavorare dopo la fase acuta”, osserva. “Col medico si risolve la fase acuta; quando passa, si lavora sulla prevenzione”, attraverso fitoterapia e supporto al microbiota intestinale. “PubMed è pieno di articoli di medicina naturale”, ricorda, rivendicando il fondamento scientifico di questi strumenti.
Le patologie autoimmuni e la componente psicosomatica
L’ambito a cui dedica più spazio sono le malattie autoimmuni, dalla psoriasi alla tiroidite di Hashimoto. “In fondo hanno tre cause: una genetica, una infettiva e una psicosomatica”, spiega. “Sulla parte genetica serve il medico; su quella infettiva lavoriamo insieme; su quella psicosomatica la protagonista sono io”. Il riferimento è al peso documentato delle emozioni e dello stress sull’andamento della malattia: “Sappiamo bene quanto l’anima e le emozioni intervengano, e abbiamo moltissimi riscontri scientifici. Un paziente autoimmune che attraversa un periodo di forte stress avrà uno sfogo maggiore”.
Il rapporto con i medici e la diffidenza iniziale
Il timore di trovarsi davanti a sanitari diffidenti, racconta, si è rivelato in gran parte infondato. Il merito, secondo lei, sta nel metodo. “Sono io a chiamare i medici. Se qualcuno viene da me, gli dico: finché non ha una diagnosi medica non posso aiutarla”. Costruisce così quello che definisce “un tavolo di lavoro” in cui i medici sono protagonisti insieme a lei della storia del paziente.
“All’inizio, la prima volta, hanno paura”, riconosce: la paura di chi, senza laurea in medicina, voglia sostituirsi al medico. “Io però sono convinta che sia vincente solo il binomio”. È il messaggio che ripete da anni: “La medicina naturale può lavorare con quella farmacologica, non si scontrano. L’obiettivo è il paziente; dobbiamo lavorare tutti per la sua guarigione”.
Il rischio da evitare: “Non si sostituiscono le cure”
Resta il nodo più delicato, quello che alimenta la diffidenza del mondo medico: il rischio che qualcuno millanti risultati con terapie alternative e spinga i pazienti ad abbandonare le cure. Su questo Proto è netta. “Sono la prima che, se serve, usa il farmaco”. I suoi figli, precisa, hanno seguito un iter del tutto tradizionale, vaccinazioni comprese.
La sperimentazione catanese sarà accompagnata da una raccolta di dati. I primari, spiega, stanno conducendo studi che verranno pubblicati al termine del contratto. Quanto al modello che rappresenta, il suo auspicio è chiaro: che l’Italia si allinei al resto d’Europa, dove la collaborazione tra le due medicine è ormai parte del servizio pubblico.