La cronaca, quando tocca i figli, ci costringe sempre a entrare in punta di piedi. Non perché non si debba giudicare ciò che accade, non perché tutto sia relativo, non perché il dolore autorizzi ogni cosa. Ma perché davanti a una storia in cui dei minori finiscono al centro di una frattura adulta, la prima responsabilità è non trasformare anche il commento pubblico in un altro tribunale emotivo.
I fatti saranno ricostruiti da chi deve farlo, le responsabilità saranno accertate nelle sedi opportune. Ma resta qualcosa che va oltre il singolo episodio e che riguarda tutti noi: la facilità con cui, dentro certe relazioni spezzate, i figli smettono di essere persone e diventano prova, possesso, risarcimento, argomento, campo di battaglia. È una delle forme più dolorose della fragilità adulta.
Bambini contesi
Un adulto può raccontarsi di agire per amore, può essere sinceramente convinto di proteggere, può perfino sentire dentro di sé una disperazione autentica. Ma l’amore, quando perde il limite, non protegge più. Trattiene. Sposta il figlio dalla sua vita alla propria ferita. Lo mette nel punto esatto in cui un bambino o un adolescente non dovrebbe mai stare: tra due versioni della verità, tra due dolori che si combattono, tra il bisogno di appartenenza e la paura di tradire qualcuno.
E quando questo accade, anche senza clamore, anche senza titoli di giornale, il danno è profondo. Perché un figlio non dovrebbe mai dover scegliere quale adulto salvare. Noi parliamo spesso di genitorialità come se fosse soprattutto presenza, sacrificio, dedizione. Ed è anche questo, certo.
Adulti che non sanno contenersi
Ma c’è una parte della genitorialità di cui si parla meno, forse perché è la più difficile: sapersi fermare. Sapersi contenere. Accettare che il figlio non sia il prolungamento del proprio bisogno di giustizia, né il luogo in cui riparare un’umiliazione, una separazione, una solitudine, una rabbia.
Essere genitori significa anche sopportare di non avere sempre il controllo, di non poter trasformare il proprio dolore in una decisione che ricade sui figli, di non usare la parola “bene” quando in realtà stiamo difendendo il nostro bisogno di non perdere. Nella clinica familiare lo vediamo spesso, molto prima che le storie arrivino alla cronaca. Lo vediamo nei bambini che tornano da un fine settimana e misurano ogni parola, perché sanno che dire troppo può ferire qualcuno.
Gli adolescenti
Lo vediamo negli adolescenti che diventano adulti troppo presto, costretti a interpretare silenzi, rancori, messaggi, mezze frasi. Lo vediamo quando un figlio viene caricato di una fedeltà impossibile: se sto con uno, tradisco l’altro; se voglio bene a entrambi, deludo entrambi. Sono prigioni senza sbarre, ma non per questo meno reali. Anzi, spesso sono le più difficili da nominare, perché si nascondono dentro la normalità delle famiglie, dentro frasi apparentemente innocue, dentro quella convinzione ostinata per cui “io so cosa è meglio per lui”. Il punto è che i figli non si proteggono portandoli dalla propria parte. Si proteggono restituendo loro il diritto di non avere parti.
Un bambino ha bisogno di adulti che sappiano restare adulti anche quando sono feriti, anche quando si sentono traditi, anche quando hanno paura. Ha bisogno di qualcuno che non gli chieda, direttamente o indirettamente, di confermare la sua versione dei fatti. Ha bisogno di non diventare messaggero, testimone, alleato, consolatore. Ha bisogno che il mondo adulto, per quanto rotto, non crolli tutto addosso a lui. C’è una frase che dovremmo imparare a pronunciare più spesso, anche solo dentro di noi: “Il mio dolore non deve diventare il destino di mio figlio”. È una frase dura, perché chiede maturità proprio nel momento in cui siamo più fragili. Ma forse la responsabilità adulta comincia esattamente lì, nel punto in cui potremmo usare un figlio per sentirci meno soli, meno sconfitti, meno impotenti, e invece scegliamo di non farlo.
I minori non sono proprietà
Scegliamo di chiedere aiuto, di aspettare, di rispettare un limite, di non trasformare la ferita in azione. Questo non significa negare che esistano situazioni complesse, servizi che possono sbagliare, decisioni difficili, famiglie che si sentono non ascoltate. Sarebbe ingenuo e anche ingiusto. Ma nessuna complessità può cancellare un principio: i minori non sono proprietà affettive. Non appartengono alla rabbia di un genitore, alla paura di un altro, all’orgoglio di una famiglia, alla narrazione di chi soffre di più. Appartengono prima di tutto al loro diritto di crescere senza essere arruolati nelle guerre degli adulti. Forse questa vicenda ci riguarda proprio per questo. Perché ci obbliga a chiederci quante volte, in forme meno estreme e meno visibili, facciamo lo stesso. Quante volte confondiamo l’amore con la presa. Quante volte chiamiamo protezione ciò che in realtà è controllo. Quante volte diciamo “lo faccio per te” quando, se fossimo davvero onesti, dovremmo dire “non riesco a tollerare quello che provo io”. Essere adulti non significa non cadere mai ma accorgersi quando la propria caduta rischia di trascinare giù un figlio.
Giuseppe Lavenia, psicologo e psicoterapeuta Presidente Associazione Nazionale Dipendenze Tecnologiche, GAP e Cyberbullismo “Di.Te”, docente di Psicologia del Lavoro e delle Organizzazioni Università Politecnica delle Marche